La Resurrezione dei Corpi é uno dei temi più enigmatici del pensiero religioso. La tradizione iranica sh'ita ne offre una chiave di lettura talmente chiarificatrice e universale da poter essere fatta propria da chiunque, Cristiani compresi.
(G. Marletta)
L’Iran (terra degli Arya, secondo etimologia), ideale “piattaforma spaziale” dell’universo posta a metà strada tra “oriente” indo-buddhista e “occidente” abraminico e monoteista, luogo di passaggio e di in-crocio fra tutti i punti cardinali, rappresenta da sempre quella magica Terra di Mezzo che ha reso possibili straordinarie sintesi culturali e metafisiche trascendenti d’un balzo sia l’astratto spiritualismo come anche il letteralismo più orizzontale.
Luogo d’elezione del primo Impero Universale, possibile terra d’origine dei Magi evangelici, l’Iran è anche il luogo in cui fiorisce una tradizione sapienziale di sconfinata ricchezza, che pur nell’ambito della più pura ortodossia dell’Islam sh’ita –benchè spesso avversata dai “letteralisti”, ovvero dai teologi del kalam aristotelico e letteralista- sa operare una sintesi dei più profondi elementi della precedente tradizione zoroastriana ed avestica, ma anche del platonismo e della gnosi ebraica e cristiana. Ed è proprio dall’Iran sh’ita che ci giunge una delle più limpide e complesse riflessioni sul destino ultimo dell’uomo e sulla natura del mondo (o meglio, dei mondi): stiamo parlano della cosiddetta “teosofia orientale” o shaykhita, che ha per centro la contemplazione del mundus immaginalis, il Mondo Intermedio, posto tra quello dello Spirito e quello della materia più grossolana, e conosciuta in Occidente grazie all’opera dell’orientalista francese Henri Corbin.
Si tratta di una riflessione fiorita in un ambito islamico ma il cui respiro metafisico e la cui coerenza cosmologica può essere, per così dire, sposata universalmente da chiunque abbia una visione sacra della realtà, indipendentemente dalla tradizione d’appartenenza.
IL LUOGO DELLE TEOFANIE E DELLE VISIONI PROFETICHE
Nella tradizione coranica, la dimensione intermedia –la cui esistenza è affermata, peraltro, da tutte le tradizioni non esclusa quella cristiana[1]- è chiamata barzakh, termine arabo che indica il concetto di “luogo di mezzo”, “intercapedine” e anche, in senso lato, di “discrimine”. Il barzakh è il “luogo” –né “materiale” né puramente spirituale- dove si collocano, tra gli altri, gli stati post-mortem dell’anima; ma è la gnosi sh’ita iranica quella che più di tutte approfondisce l’importanza e la funzione del Mondo Intermedio nella cosmologia.
La gnosi sh’ita chiama il mondo intermedio Hurqalya o “mondo dell’Ottavo Clima”, dimensione “dove si corporizzano gli spiriti e si spiritualizzano i corpi”; come afferma Shaykh Ahmad Ahsa’i: «Tra i due mondi (quello spirituale e quello materiale “grossolano”, n.d.a.) deve essercene necessariamente uno intermedio, un barzakh (…). Se un tale universo mancasse ci sarebbe un salto, ci sarebbe uno iato nella gradazione dell’essere»[2]. E’ questo un mondo (o meglio una galassia di mondi) che, essendo ancora “esteriore” rispetto al puro mondo spirituale e divino (il Malakuth) é dotato di estensione e di possibilità di percezione, e pur tuttavia è proprio il Mondo Intermedio che permette alla Dimensione Spirituale di “manifestarsi”, di prendere forma e di comunicarsi al di fuori di sé. Nella riflessione degli gnostici iranici, infatti, è proprio in Hurqalya che hanno luogo le grandi manifestazioni teofaniche presenti nei testi sacri e nelle biografie di santi e profeti: “eventi” che hanno una loro reale “consistenza” fisica e temporale ma …di un tempo e di uno spazio “qualitativi” e non quantitativi. E’ in Hurqalya, infatti, che hanno luogo tutti quegli eventi biblici e coranici che una critica profana e moderna tenderebbe a vedere come “mitici” e puramente “simbolici” (intendendo naturalmente questi termini come sinonimi di irrealtà ed evanescenza): è in Hurqalya che Mosé vede Dio, che Muhammad ascende ai Cieli ed è in questo “luogo” che avvengono la creazione e la caduta di Adamo così come le battaglie e gli eventi dell’Apocalisse[3]. Ma Hurqalya è anche il luogo dove tutte le azioni e i pensieri degli esseri lasciano il loro segno, siano essi buoni o malvagi, e dove letteralmente ogni uomo costruisce la sua esistenza post-mortem, il suo Inferno o il suo Paradiso.
DOVE L’IMMAGINAZIONE DIVENTA CORPO…
Henri Corbin, per trasmettere il senso di questa dottrina in una lingua occidentale, indica il mondo di Hurqalya come mundus immaginalis, Mondo Immaginale, precisando tuttavia che l’espressione non ha alcuna sfumatura psicologistica ma indica al contrario una realtà concretissima, quella che gli alchimisti chiamano Imaginatio vera. Così, ogni nostra azione, pensiero o intenzione ha una ricaduta reale sul Mondo Intermedio: «ciascuno di noi, volens nolens, è l’autore di accadimenti in Hurqalya, sia che essi falliscano, sia che fruttifichino nel suo paradiso o nel suo inferno»[4]. Ciò che dunque l’essere “ritroverà” nel Mondo Intermedio dopo la morte fisica non è altro che ciò che lui stesso ha già “seminato” nella sua esistenza terrena: lì in Hurqalya, ogni nostro pensiero, azione o intenzione, prende letteralmente forma, senza alcun possibile infingimento; una dottrina questa che ha sorprendenti analogie con quella del Bardo tibetano, dove parimenti gli stati dell’essere post-mortem sono visti come vere e proprie “proiezioni” di ciò che l’essere é.
Nel Mondo Intermedio avviene anche la “purificazione” delle anime “salvate”: quello stadio post-mortem che nell’Islam ha l’inquietante nome di “supplizio della Tomba” (di fatto, analogo al Purgatorio cattolico e all’Ade cristiano-orientale) ma che non è altro che il “luogo” dove il defunto “rende conto di sé” per giungere successivamente alla Resurrezione del Corpo. Gli gnostici iranici intendono questa purificazione come una vera e propria putrefatio alchemica, dolorosa ma che sola permette all’anima di riscoprire se stessa, ovvero di …divenire ciò che realmente é.
IL VERO SENSO DELLA “RESURREZIONE DEL CORPO” E LA CONDIZIONE EDENICA
La purificazione della Tomba, per ovvi motivi, non può essere identica per tutti gli esseri, ma alla fine essa conduce a quell’evento (che è dogma sia nell’Islam che nel Cristianesimo) detto della Resurrezione dei Corpi. Ma è proprio su questo punto così delicato che la gnosi sh’ita prende le distanze dai letteralismi essoterici che vedrebbero in questo evento una presunta “rianimazione” o ricostruzione del corpo caduco e terrestre. In realtà, secondo la gnosi sh’ita, l’essere umano è il composto di due corpi “fisici” (jasad) e di due corpi astrali o anime (jism): dei due corpi fisici, quello grossolano è destinato a dissolversi nella materia terrestre, così come anche il più “basso” dei due corpi astrali (che è costituito da elementi accidentali che hanno permesso la manifestazione terrena dell’essere, ma che non hanno alcun rapporto con la sua Personalità esattamente come la sporcizia –per riprendere una metafora degli gnostici sh’iti- non ha alcun rapporto con un abito usato). La Resurrezione è, in realtà, una vera e propria opera alchemica in cui il corpo (sottile) e l’anima vengono purificati e trasmutati fino a giungere alla perfezione delle loro potenzialità: da questo punto di vista, per usare un’espressione evangelica, «neppure un capello del vostro capo perirà»[5] ma tutto viene trasfigurato. Il Corpo di Resurrezione, dunque, è un corpo reale, con una sua estensione, ma esso non è tratto dalla terra grossolana di questo mondo, ma dalla “terra di Hurqalya”, la Terra Vera, di cui la nostra attuale è solo una manifestazione opaca e limitata.
Il Corpo di Resurrezione non è una semplice “metafora”: esso è la bianca veste splendente, destinato ad abitare la Terra Vera che poi non è altro che l’Eden, il Paradiso perduto da Adamo che non è quindi identificabile con nessun luogo della geografia profana, quel “giardino” che non a caso un Dante pone sulla vetta della Montagna del Purgatorio (esso è infatti il culmine della condizione individuale umana, la condizione dell’Uomo Vero). Il Corpo di Resurrezione è, per usare un’espressione dello Shaykh Ahmad Ahsa’i, “allo stesso tempo spirituale e sensibile, spirituale-sensibile”, il che rende il senso dell’hadith in cui il Profeta Muhammad parla dei beati che “nelle delizie del Paradiso riconosceranno quello che già avevano assaggiato in vita”.
Il Paradiso individuale e personale non esclude, tuttavia, quello che nella tradizione islamica è indicato come il Ridwan, il Paradiso dell’Essenza, ovvero lo stato sovra individuale e puramente trascendente dell’unione con Dio[6]. Lo stesso Paradiso, pertanto, non è che il punto di partenza verso l’Infinità Divina (è la stessa distinzione che si ritrova, nelle parole del Cristo, tra il Regno dei Cieli -dove solo chi si svuota anche di se stesso può giungere- e il Giardino –o Paradiso- che Gesù promette sulla croce al “ladrone” pentito).
Nella gnosi iranica, il Paradiso è posto in Hurqalya ad Occidente: particolare che, peraltro, ricorda da vicino la Terra Pura d’Occidente del Buddhismo Amidista, dimora beata dove “rinascono” coloro che, pur non avendo ancora raggiunto il Nirvana perfetto, sono vissuti nell’amore e nella fede sincera verso il Buddha.
Del tutto opposta, naturalmente, è la sorte di coloro che “non sono salvati”, ovvero i “dannati” del linguaggio teologico: essi, secondo le parole stesse del Corano, sono coloro di cui è detto: «ogni volta che la loro pelle sarà consumata, Noi (Allah) la sostituiremo con un’altra pelle»[7], che rende l’immagine metafisica di esseri “condannati” a rimanifestarsi in forme innumerevoli alle quali, peraltro, la tradizione islamica attribuisce forme mostruosi o persino animalesche. Queste immagini, peraltro, sembrerebbero in perfetta analogia con certe immagini “orientali” in cui si parla di “rinascite” in corpi animali o in esseri demoniaci: ma la gnosi iranica viene qui a precisare che anche queste ri-manifestazioni “infernali” avvengono in realtà nel Mondo Intermedio e non si tratterebbe quindi di reincarnazioni, a differenza di quanto sembrerebbero intendere, almeno “alla lettera”, le tradizioni dell’India e dell’Estremo Oriente.
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[1] Nella Lettera a Diogneto, uno dei più antichi testi paleocristiani giunti fino a noi, si legge: “Lode a Cristo, creatore del mondo basso e di quello alto (...) e delle regioni intermedie”.
[2] Cit. in H.Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste, Ed. Adelphi, Milano 2002, p. 197
[3] San Paolo afferma: “…perché il Signore stesso con un potente comando, con voce di arcangelo con la tromba di Dio discenderà dal cielo, e quelli che sono morti in Cristo risusciteranno per primi; poi noi viventi, che saremo rimasti saremo rapiti assieme a loro sulle nuvole, per incontrare il Signore nell'aria; così saremo sempre col Signore” (1Tessalonicesi 4:16-17). L’incontro escatologico con il Cristo avviene dunque nell’elemento “aereo” e intermedio.
[4] H.Corbin, cit., p. 31
[5] Luca, 21, 5
[6] Corano, LX, 46
[7] Corano, IV, 59)
FONTE: http://www.simmetria.org/simmetrianew/contenuti/articoli/56-spiritualita-e-mistica/820-la-resurrezione-dei-corpi-e-mondo-intermedio-nella-tradizione-iranica-di-gmarletta.html
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venerdì 24 gennaio 2014
domenica 12 gennaio 2014
Gli stadi del viaggio spirituale (dell’Allamah Mohammad Hosseyn Tabatabai)
Un materialista trascorre la sua vita nella buia valle del materialismo. È immerso in un mare di desideri malvagi, è continuamente travagliato da fattori materiali quali ricchezze e famiglia. Egli chiede aiuto, ma invano, e alla fine non ottiene niente se non delusione.
Qualche volta, immerso in questo immenso oblio, gli è concesso un liberativo respiro d’aria pura (impulso divino), il quale suscita in lui la speranza che possa raggiungere sicuramente la riva. Ma questo soave zefiro non spira regolarmente: è solo occasionale.
Guidato dall’impulso divino, il novizio decide di superare il mondo della pluralità. Tale viaggio viene chiamato dagli gnostici sayr wa suluk (viaggio spirituale).
Suluk significa attraversare il sentiero, e sayr vuol dire vedere le caratteristiche e gli aspetti prominenti degli stadi e delle stazioni sulla via.
La riyaazah (disciplina iniziatica) è il requisito richiesto per questo viaggio spirituale. Siccome non è facile rinunciare ai legami materiali, il novizio romperà lentamente la sua connessione con le insidie di questo mondo di pluralità, e inizierà cautamente il suo viaggio dal mondo materiale.
Prima entrerà in un altro mondo chiamato barzakh. Questo è il mondo dei suoi desideri malvagi e dei suoi pensieri interiori. Qui noterà che i legami materiali sono un prodotto dei suoi pensieri voluttuosi e dei suoi desideri sensuali.
Questi pensieri ostruiscono il novizio nella ricerca del suo viaggio spirituale, con il risultato di far perdere la pace della mente. Egli vorrebbe godere del ricordo di Allah anche per poco, ma questi pensieri lo disturbano facendo disperdere i suoi sforzi.
È stato anche detto che l’uomo s’è monopolizzato nel suo piccolo ed è influenzato dall’idea di guadagnare e perdere. Come risultato egli non solo perde la sua calma e pace mentale, ma può anche non prestare attenzione al suo viaggio spirituale verso il mondo superiore. Ovviamente l’inquietudine mentale è più dannosa di ogni perdita e sofferenza fisica. L’uomo può evitare il conflitto delle relazioni e degli interessi esteriori, ma gli è difficile liberarsi delle sue idee e dei suoi pensieri, poiché questi sono sempre con lui.
Comunque, colui che cerca realmente Allah, colui che percorre realmente la Sua via, non è afflitto o scoraggiato da questi ostacoli, e continua audacemente a procedere verso la sua meta con l’aiuto dell’impulso divino, fino a che, sicuro, esce dal mondo di quell’idea conflittuale chiamata barzakh. Egli dovrà stare molto attento e vigile, per non lasciare qualche pensiero vizioso in qualche angolo nascosto della sua mente.
Quando questi pensieri viziosi sono sconfitti, generalmente si nascondono in qualche angolo della mente. Il povero pellegrino spirituale pensa erroneamente di essersi liberato dei loro mali, ma quando ha trovato la via verso la sorgente della vita e vuole bere da essa, questi appaiono improvvisamente per rovinarlo.
Questo pellegrino può essere paragonato a una persona che ha costruito un serbatoio d’acqua in casa, ma non l’ha adoperato a lungo. Nel frattempo le impurità e la sporcizia si sono depositate sul fondo del serbatoio, sebbene l’acqua appare essere chiara vista da sopra. Egli pensa che l’acqua sia pulita, ma quando arriva al fondo o ci lava in essa qualcosa appaiono macchie nere sulla superficie e risulta evidente l’impurità dell’acqua.
Per questa ragione è necessario che il saalik (viaggiatore spirituale) si concentri sui propri desideri con l’aiuto della riyaazah, così che la sua attenzione non diverga da Allah. Infine, dopo aver attraversato il barzakh, il saalik entra nel mondo spirituale, avendo ancora da attraversare diversi stadi che descriveremo più avanti.
In breve, il saalik che guarda al suo sé inferiore e ai Nomi e agli Attributi Divini avanzerà gradualmente fino a raggiungere lo stato di fanaa (annullamento in Allah) totale, che eliminerà il suo deteriorabile volere raggiungendo la stazione di baqaa’ (attenendosi all’immortale Volere di Allah). È in questo stadio che il segreto della vita eterna gli viene rivelato.
Questa dottrina è deducibile anche dal Corano quando consideriamo alcuni versetti:
“Non considerare morti quelli che sono stati uccisi sul sentiero di Allah. Sono vivi invece, e ben provvisti dal loro Signore” (Al’imraan III: 169)
“Tutto perirà eccetto il Suo Volto” (Al-qasas XXVIII: 88)
“Quello che è presso di voi si esaurisce, mentre ciò che è presso Allah rimane” (An-nahl XVI: 96)
Questi versetti messi assieme dimostrano che il Volto di Allah sono coloro che “sono vivi e ben provvisti dal loro Signore”. Secondo il Corano essi non periranno mai. Certi altri versetti indicano che il Volto di Allah sono i Nomi Divini i quali sono indeteriorabili.
In uno dei suoi versetti, è il Corano stesso che interpreta il Volto come i Nomi Divini e lo caratterizza pieno di Maestà e di Magnificenza:
“Tutto quel che è sulla terra è destinato a perire, [solo] rimarrà il Volto del tuo Signore, pieno di Maestà e di Magnificenza” (Ar-rahmaan XXV: 26 e 27)
Tutti gli esegeti del Corano concordano sul fatto che in questo versetto la frase “pieno di Maestà e di Magnificenza” descrive il Volto, e significa il Volto di Maestà e Magnificenza. Come sappiamo, il volto di ogni cosa, è ciò che la manifesta. Le manifestazioni di Allah sono i Suoi Nomi e Attributi. È attraverso di essi che la creazione vede Allah, o, in altre parole, Lo conosce. Con tale spiegazione possiamo concludere che ogni cosa esistente perirà, eccetto i gloriosi e stupendi Nomi di Allah. Ciò dimostra anche che gli gnostici, che “sono vivi e ben provvisti dal loro Signore”, sono le manifestazioni dei gloriosi e stupendi Nomi di Allah.
Da quanto detto, risulta chiaramente evidente quello che i santi Imam (A) volevano significare nel dire: “Noi siamo i Nomi di Allah”. Ovviamente essere a capo di un governo o al più alto grado di autorità legale e religiosa, non è una posizione descrivibile con queste parole. Quello che denotano queste parole è lo stato di avvicinamento ad Allah, rispecchiando permanentemente il Suo Volto ed essendo una manifestazione dei Suoi gloriosi e stupendi Nomi e Attributi.
In connessione al viaggio spirituale, è necessario ricordare un’altra cosa essenziale: la meditazione o contemplazione (muraaqabah). Per il saalik è necessario, in ogni stadio, non ignorare mai la meditazione. La meditazione ha molti gradi e possiede varie forme. Negli stadi iniziali, il saalik deve applicare un tipo di meditazione, e negli stadi avanzati un altro. Siccome il saalik procede persistentemente, la sua meditazione diventa così forte che se intrapresa da un iniziato, questo si arrenderebbe subito o perderebbe il senno. Comunque, dopo aver concluso con successo gli stadi preliminari, lo gnostico diventa capace di intraprendere i più alti stadi di meditazione. A tal livello molte cose per lui lecite inizialmente, diventeranno proibite.
Come risultato della perseveranza e della diligente meditazione, inizierà ad accendersi una fiamma d’Amore nel cuore del saalik, poiché è un desiderio innato dell’uomo amare l’Assoluta Bellezza e Perfezione. Ma l’amore delle cose materiali oscura questo amore inerente, non permettendogli di crescere e manifestarsi.
La meditazione indebolisce questo velo fino a rimuoverlo totalmente. Quindi l’amore innato apparirà nel suo pieno splendore e condurrà la coscienza dell’uomo verso Allah. I poeti mistici chiamavano spesso, in maniera allegorica, questo amore divino “vino”.
Quando lo gnostico continua ad intraprendere la meditazione per un periodo di tempo abbastanza lungo, le luci divine iniziano ad essergli visibili. All’inizio queste luci abbagliano per qualche istante per poi andarsene. Gradualmente le luci divine aumenteranno sempre più fortemente, e appaiono come piccole stelle. Quando aumenteranno ulteriormente, appariranno prima come la luna e poi come il sole. Qualche volta appariranno come un fulmine. Nella terminologia gnostica queste luci sono conosciute come il sonno gnostico, e appartengono al mondo del barzakh.
Quando il saalik supera questo stadio e la sua meditazione cresce ancor più forte, egli vedrà come se il Paradiso e la terra fossero illuminati da Oriente a Occidente. Tale luce è chiamata la luce del sé e viene vista dopo che lo gnostico ha superato il mondo del barzakh. Uscito dal mondo del barzakh, avviene la manifestazione primaria del sé, il saalik vede se stesso in una forma materiale. Egli sente spesso di reggersi accanto a se stesso. Questo è l’inizio dello stadio di “auto-spogliazione”.
Allaamah Mirzaa Alí Qaazi raccontava spesso di quel giorno in cui stava andando dalla sua camera alla veranda, e improvvisamente si vide reggersi accanto a se stesso. Quando osservò attentamente, vide che non vi era né pelle né carne sul suo viso. Allora tornò indietro verso la camera e si guardò allo specchio: il suo viso era vuoto come non lo era mai stato.
Qualche volta avviene che lo gnostico si sente come se non esistesse minimamente. Egli tenta di ritrovare se stesso ma ciò non accade. Queste sono le osservazioni visibili ai primi stadi di auto-spogliazione, sebbene non siano liberi dalle limitazioni di spazio e tempo. Nello stadio successivo, con l’aiuto di Allah, il saalik può superare queste limitazioni e anche vedere la completa realtà di se stesso. È stato riportato che Mirzaa Jawaad Maleki Tabrizi trascorse quattordici interi anni nella classe di Aakhund Mullaa Hussayn Hamdaani, prendendo lezioni di gnosi. Egli dice: “Un giorno il mio insegnante mi raccontò di un suo allievo la cui istruzione era sotto la mia responsabilità. Questo era un allievo molto attento e diligente. Per sei anni praticò intensamente la meditazione e la riyaazah. Alla fine raggiunse lo stadio della conoscenza di se stesso, e si liberò del suo ‘io’ maligno (passione e lusso). Ritenni giusto che l’insegnante stesso dovesse sapere questo fatto sull’allievo. Quindi lo portai a casa dell’insegnante, e lo informai dell’accaduto. L’insegnante disse: “Non è niente”, e nello stesso istante sventolò la sua mano e disse: “Questo è lo spogliarsi”. Quell’allievo usava dire: “Mi vedo spogliato del mio corpo e allo stesso tempo sento come un’altra persona come me mi si regga accanto”
Qui possiamo dire che vedere le cose esistenti nel mondo del barzakh è comparativamente di poco conto. È molto più importante vedere il proprio ‘io’ (nafs) inferiore in un assoluto stato spogliato, poiché è in questo caso che questo ‘io’ appare come una pura realtà libera dalle limitazioni di tempo e spazio. La visione dei primi stadi è comparativamente preliminare, mentre questa visione è la percezione dell’intero fenomeno.
Aghaa Seyyed Ahmad Karbalaa’i, un altro prominente e conosciuto allievo del tardo periodo di Aakhund, disse: “Un giorno stavo dormendo quando all’improvviso qualcuno mi svegliò e disse: ‘Se vuoi vedere la luce eterna alzati immediatamente’. Aprii gli occhi e vidi un’immensa luce che risplendeva ovunque, in ogni direzione”
Questo è uno stadio di illuminazione dell’ ‘io’ che appare sottoforma di luce infinita. Quando un fortunato saalik supera questo stadio, egli passa ad altri stadi con una velocità proporzionata all’attenzione che dedica alla meditazione. Egli vede gli Attributi di Allah, e diventa conscio dei Suoi Nomi in qualità assoluta. In quest’occasione sente improvvisamente che tutte le cose esistenti sono solo una misura di conoscenza e che nulla esiste se non una singola forza. Questo è lo stadio della visione degli Attributi Divini. Comunque, lo stadio della visione dei Nomi Divini è ancora superiore. In questo stadio il devoto vede che in tutti i mondi esiste solo un Conoscitore e solo un Essere Vivente e Onnipotente. Tale stadio è superiore a quello della conoscenza degli Attributi Divini, è uno stato che appare nel cuore, dove per il momento il saalik non trova nessun essere che conosca la potenza e la vita, eccetto Allah. In genere, questo grado di visione viene raggiunto durante la recitazione del Corano, quando il lettore sente che vi è qualcuno che sta ascoltando la sua recitazione.
Dobbiamo ricordare che la recitazione del Corano ha un profondo effetto nel garantire questo stato. Il devoto offrirà preghiere notturne recitando in esse quelle sure nelle quali, durante la loro lettura, vi è la prostrazione obbligatoria (la sura Sajdah, la sura Haa Mim Sajdah, la sura An-najm, la sura Al°alaq) poiché è molto gradevole prostrarsi mentre si recita una sura. L’esperienza ha anche provato che è molto efficace a questo scopo recitare la sura Saad durante le preghiere notturne del giovedì (wutairah). La caratteristica di queste sure è indicata e riportata anche dalla sura stessa.
Quando il devoto ha raggiunto tutti questi stadi e queste visioni, egli è circondato dagli impulsi divini, e in ogni istante che si avvicina allo stadio dell’auto-annullamento dell’ ‘io’, viene rivestito da un impulso divino che viene totalmente assorbito nella bellezza e perfezione del “Vero Amato”. Non presterà a lungo attenzione a se stesso né a nessun altro. Egli osserva Allah dovunque. C’era Allah, e niente era come Lui.
In questa condizione, il devoto è immerso nell’incommensurabile mare della visione divina.
Ricordiamo che ciò non significa la perdita dell’esistenza di ogni cosa nel mondo materiale. In questo il devoto vede l’unità nella pluralità. Altrimenti tutto continuerebbe ad esistere così com’è. Uno gnostico disse: “Fui tra la gente per trenta anni. Avevano l’impressione che stessi prendendo parte a tutta la loro attività ma in quel periodo non li vedevo, e non conoscevo nessuno all’infuori di Allah”
L’ascesa a questo stadio è di grande importanza. All’inizio può avvenire solo per un momento, ma gradualmente la durata aumenta sempre di più. All’inizio può avvenire per dieci minuti, poi per un’ora, e in seguito anche per un periodo ulteriormente prolungato. Tale stato, per grazia di Allah, può divenire anche permanente.
Nei detti degli gnostici questo stato viene definito come “aver fede in Allah” o “la vita eterna in Allah”. L’uomo non può raggiungere questo stadio di perfezione a meno che non elimini il proprio ‘io’. Nel raggiungere questo stadio il devoto non vede niente, solo Allah.
Vi è un detto di un sufi in estasi spirituale catturato da un impulso divino. Il suo nome era Babaa Farajullah. La gente gli chiedeva del mondo e lui rispondeva: “Cosa posso dire di esso? Non l’ho visto da quando sono nato”
Inizialmente, quando la visione è debole, vi è uno stato il quale avviene oltre il controllo del devoto. Ma quando, come risultato di una continua meditazione, per grazia di Allah, questo stato diventa un lineamento permanente, ed è chiamato stazione. In questo momento lo stato della visione è sotto il controllo del saalik o del devoto. Ovviamente un forte saalik è colui che perdura a lungo nella visione di questo stato, osservando da un occhio il mondo della pluralità e mantenendo dall’altro la sua relazione con il mondo dell’unità e della pluralità assieme. Questa è un’elevata posizione che non può essere raggiunta tanto facilmente. Infatti tale posizione è riservata al Profeta e a qualche altra persona, scelta favorita da Allah, al quale può dire “il livello del mio rapporto con Allah è tale che l’angelo più favorito non lo può raggiungere”, e allo stesso tempo dice “sono un essere umano proprio come te”
Qualcuno potrebbe anche dire che solo i Profeti e gli Imam possono raggiungere livelli così elevati. Come sarebbe possibile per altri? La nostra risposta è che la Profezia e l’Imamato hanno indubbiamente un’assegnazione a cui altri non possono arrivare. Ma la stazione di “Unicità Assoluta” e l’avvicinamento ad Allah chiamato “wilaayat” non è esclusivamente riservato ai profeti e agli Imam i quali hanno indicato ai loro seguaci almeno di tentare nel raggiungimento di questa stazione di perfezione. Il santo Profeta disse alla sua Ummah (Comunità Islamica) di seguire i suoi passi. Ciò dimostra che anche per gli altri è possibile avanzare a questo livello, altrimenti le sue istruzioni non avrebbero avuto significato. Il Corano dice: “Avete nel Messaggero di Allah un buon esempio per voi, per chi spera in Allah e nell’Ultimo Giorno e ricorda Allah frequentemente” (Al-ahzaab XXXIII: 21)
Vi è una citazione nei libri sunniti che riporta il Santo Profeta mentre disse: “Se foste stati vegli e profondi di cuore avreste visto quello che io ho visto e avreste sentito quello che io ho sentito”
Questa citazione dimostra che la vera causa del mancato raggiungimento della perfezione umana siano i pensieri diabolici e gli atti viziosi. E anche secondo una citazione da una fonte sciita il Santo Profeta disse: “Se Satana non si aggirasse tra i loro cuori, gli esseri umani vedrebbero l’intero regno dei paradisi e della terra”
Una delle caratteristiche di quest’elevato livello consiste nel far comprendere all’individuo i regni divini in accordo alle sue capacità. Egli acquista la conoscenza del passato e del futuro dell’universo e può dominare e controllare qualsiasi cosa, dovunque.
Il famoso gnostico Shaykh Abdul Karim Al-jili scrive nel suo libro “L’uomo perfetto” che una volta fu sopraffatto da tale condizione che lo faceva sentire unito con tutte le altre cose esistenti e poteva vedere tutto. Questo stato non durò più di un attimo.
Ovviamente è a causa della preoccupazione del devoto, e delle sua necessità fisiche, che questo stato non dura a lungo. Un detto sufi, molto conosciuto, dice che un uomo si libera dalle tracce dello sviluppo materiale solo cinquecento anni dopo la sua morte. Tale periodo equivale a mezza giornata di un giorno divino. Allah ha detto: “Invero un solo giorno presso il tuo Signore vale come mille anni di quelli che contate” (Al-hajj XXII: 47)
È evidente che le prossime benedizioni mondane, e bontà e favori divini, saranno innumerevoli e illimitati. Le parole che li esprimono sono state coniate sulla base di necessità umane mentre nuove parole necessitano di essere coniate con l’espressione delle esigenze umane. Questo è il motivo per cui esprimere tutte le verità e i favori divini con le parole è insufficiente. Dovunque siano dette esse sono solamente simboliche e metaforiche. È impossibile esprimere le verità superiori a parole. Fu detto: “Tu sei nel mondo più oscuro”. Secondo questa tradizione l’uomo vive nel più oscuro dei mondi (la terra) creato da Allah.
L’uomo conia le parole per ottenere le sue esigenze quotidiane sulla base di quello che vede e sente in questo mondo materiale. Egli non ha relazioni, benedizioni e spirito negli altri mondi e quindi non può coniare parole per essi. Questo è il motivo per cui non esistono parole adatte in nessun linguaggio del mondo che possono esprimere le verità superiori e i suoi concetti. Ora, sapendo che la nostra conoscenza è limitata e il nostro pensiero soggetto ad errori, come possiamo risolvere questo problema? Ci sono due gruppi di persone che hanno parlato delle verità superiori. Il primo è quello dei Profeti. Essi hanno un contatto diretto con i mondi immateriali ma, allo stesso tempo, dicono: “A noi Profeti ci è stato ordinato di parlare alle genti in accordo alle loro capacità intellettuali”. Ciò significa che sono stati obbligati a diffondere la verità in un modo intelligibile per l’uomo. Hanno solo usato parole per indicare una verità sulla quale è stato detto: “Nessun occhio ha visto, nessun orecchio ha sentito e nessuno ci ha pensato” Essi ammisero che la verità di altri mondi era indescrivibile. Il secondo gruppo è quello di coloro che avanzano lungo il sentiero indicato dai Profeti percependo le verità in accordo alle proprie capacità.
FONTE: http://it.islamic-sources.com/?p=2174
Qualche volta, immerso in questo immenso oblio, gli è concesso un liberativo respiro d’aria pura (impulso divino), il quale suscita in lui la speranza che possa raggiungere sicuramente la riva. Ma questo soave zefiro non spira regolarmente: è solo occasionale.
Guidato dall’impulso divino, il novizio decide di superare il mondo della pluralità. Tale viaggio viene chiamato dagli gnostici sayr wa suluk (viaggio spirituale).
Suluk significa attraversare il sentiero, e sayr vuol dire vedere le caratteristiche e gli aspetti prominenti degli stadi e delle stazioni sulla via.
La riyaazah (disciplina iniziatica) è il requisito richiesto per questo viaggio spirituale. Siccome non è facile rinunciare ai legami materiali, il novizio romperà lentamente la sua connessione con le insidie di questo mondo di pluralità, e inizierà cautamente il suo viaggio dal mondo materiale.
Prima entrerà in un altro mondo chiamato barzakh. Questo è il mondo dei suoi desideri malvagi e dei suoi pensieri interiori. Qui noterà che i legami materiali sono un prodotto dei suoi pensieri voluttuosi e dei suoi desideri sensuali.
Questi pensieri ostruiscono il novizio nella ricerca del suo viaggio spirituale, con il risultato di far perdere la pace della mente. Egli vorrebbe godere del ricordo di Allah anche per poco, ma questi pensieri lo disturbano facendo disperdere i suoi sforzi.
È stato anche detto che l’uomo s’è monopolizzato nel suo piccolo ed è influenzato dall’idea di guadagnare e perdere. Come risultato egli non solo perde la sua calma e pace mentale, ma può anche non prestare attenzione al suo viaggio spirituale verso il mondo superiore. Ovviamente l’inquietudine mentale è più dannosa di ogni perdita e sofferenza fisica. L’uomo può evitare il conflitto delle relazioni e degli interessi esteriori, ma gli è difficile liberarsi delle sue idee e dei suoi pensieri, poiché questi sono sempre con lui.
Comunque, colui che cerca realmente Allah, colui che percorre realmente la Sua via, non è afflitto o scoraggiato da questi ostacoli, e continua audacemente a procedere verso la sua meta con l’aiuto dell’impulso divino, fino a che, sicuro, esce dal mondo di quell’idea conflittuale chiamata barzakh. Egli dovrà stare molto attento e vigile, per non lasciare qualche pensiero vizioso in qualche angolo nascosto della sua mente.
Quando questi pensieri viziosi sono sconfitti, generalmente si nascondono in qualche angolo della mente. Il povero pellegrino spirituale pensa erroneamente di essersi liberato dei loro mali, ma quando ha trovato la via verso la sorgente della vita e vuole bere da essa, questi appaiono improvvisamente per rovinarlo.
Questo pellegrino può essere paragonato a una persona che ha costruito un serbatoio d’acqua in casa, ma non l’ha adoperato a lungo. Nel frattempo le impurità e la sporcizia si sono depositate sul fondo del serbatoio, sebbene l’acqua appare essere chiara vista da sopra. Egli pensa che l’acqua sia pulita, ma quando arriva al fondo o ci lava in essa qualcosa appaiono macchie nere sulla superficie e risulta evidente l’impurità dell’acqua.
Per questa ragione è necessario che il saalik (viaggiatore spirituale) si concentri sui propri desideri con l’aiuto della riyaazah, così che la sua attenzione non diverga da Allah. Infine, dopo aver attraversato il barzakh, il saalik entra nel mondo spirituale, avendo ancora da attraversare diversi stadi che descriveremo più avanti.
In breve, il saalik che guarda al suo sé inferiore e ai Nomi e agli Attributi Divini avanzerà gradualmente fino a raggiungere lo stato di fanaa (annullamento in Allah) totale, che eliminerà il suo deteriorabile volere raggiungendo la stazione di baqaa’ (attenendosi all’immortale Volere di Allah). È in questo stadio che il segreto della vita eterna gli viene rivelato.
Questa dottrina è deducibile anche dal Corano quando consideriamo alcuni versetti:
“Non considerare morti quelli che sono stati uccisi sul sentiero di Allah. Sono vivi invece, e ben provvisti dal loro Signore” (Al’imraan III: 169)
“Tutto perirà eccetto il Suo Volto” (Al-qasas XXVIII: 88)
“Quello che è presso di voi si esaurisce, mentre ciò che è presso Allah rimane” (An-nahl XVI: 96)
Questi versetti messi assieme dimostrano che il Volto di Allah sono coloro che “sono vivi e ben provvisti dal loro Signore”. Secondo il Corano essi non periranno mai. Certi altri versetti indicano che il Volto di Allah sono i Nomi Divini i quali sono indeteriorabili.
In uno dei suoi versetti, è il Corano stesso che interpreta il Volto come i Nomi Divini e lo caratterizza pieno di Maestà e di Magnificenza:
“Tutto quel che è sulla terra è destinato a perire, [solo] rimarrà il Volto del tuo Signore, pieno di Maestà e di Magnificenza” (Ar-rahmaan XXV: 26 e 27)
Tutti gli esegeti del Corano concordano sul fatto che in questo versetto la frase “pieno di Maestà e di Magnificenza” descrive il Volto, e significa il Volto di Maestà e Magnificenza. Come sappiamo, il volto di ogni cosa, è ciò che la manifesta. Le manifestazioni di Allah sono i Suoi Nomi e Attributi. È attraverso di essi che la creazione vede Allah, o, in altre parole, Lo conosce. Con tale spiegazione possiamo concludere che ogni cosa esistente perirà, eccetto i gloriosi e stupendi Nomi di Allah. Ciò dimostra anche che gli gnostici, che “sono vivi e ben provvisti dal loro Signore”, sono le manifestazioni dei gloriosi e stupendi Nomi di Allah.
Da quanto detto, risulta chiaramente evidente quello che i santi Imam (A) volevano significare nel dire: “Noi siamo i Nomi di Allah”. Ovviamente essere a capo di un governo o al più alto grado di autorità legale e religiosa, non è una posizione descrivibile con queste parole. Quello che denotano queste parole è lo stato di avvicinamento ad Allah, rispecchiando permanentemente il Suo Volto ed essendo una manifestazione dei Suoi gloriosi e stupendi Nomi e Attributi.
In connessione al viaggio spirituale, è necessario ricordare un’altra cosa essenziale: la meditazione o contemplazione (muraaqabah). Per il saalik è necessario, in ogni stadio, non ignorare mai la meditazione. La meditazione ha molti gradi e possiede varie forme. Negli stadi iniziali, il saalik deve applicare un tipo di meditazione, e negli stadi avanzati un altro. Siccome il saalik procede persistentemente, la sua meditazione diventa così forte che se intrapresa da un iniziato, questo si arrenderebbe subito o perderebbe il senno. Comunque, dopo aver concluso con successo gli stadi preliminari, lo gnostico diventa capace di intraprendere i più alti stadi di meditazione. A tal livello molte cose per lui lecite inizialmente, diventeranno proibite.
Come risultato della perseveranza e della diligente meditazione, inizierà ad accendersi una fiamma d’Amore nel cuore del saalik, poiché è un desiderio innato dell’uomo amare l’Assoluta Bellezza e Perfezione. Ma l’amore delle cose materiali oscura questo amore inerente, non permettendogli di crescere e manifestarsi.
La meditazione indebolisce questo velo fino a rimuoverlo totalmente. Quindi l’amore innato apparirà nel suo pieno splendore e condurrà la coscienza dell’uomo verso Allah. I poeti mistici chiamavano spesso, in maniera allegorica, questo amore divino “vino”.
Quando lo gnostico continua ad intraprendere la meditazione per un periodo di tempo abbastanza lungo, le luci divine iniziano ad essergli visibili. All’inizio queste luci abbagliano per qualche istante per poi andarsene. Gradualmente le luci divine aumenteranno sempre più fortemente, e appaiono come piccole stelle. Quando aumenteranno ulteriormente, appariranno prima come la luna e poi come il sole. Qualche volta appariranno come un fulmine. Nella terminologia gnostica queste luci sono conosciute come il sonno gnostico, e appartengono al mondo del barzakh.
Quando il saalik supera questo stadio e la sua meditazione cresce ancor più forte, egli vedrà come se il Paradiso e la terra fossero illuminati da Oriente a Occidente. Tale luce è chiamata la luce del sé e viene vista dopo che lo gnostico ha superato il mondo del barzakh. Uscito dal mondo del barzakh, avviene la manifestazione primaria del sé, il saalik vede se stesso in una forma materiale. Egli sente spesso di reggersi accanto a se stesso. Questo è l’inizio dello stadio di “auto-spogliazione”.
Allaamah Mirzaa Alí Qaazi raccontava spesso di quel giorno in cui stava andando dalla sua camera alla veranda, e improvvisamente si vide reggersi accanto a se stesso. Quando osservò attentamente, vide che non vi era né pelle né carne sul suo viso. Allora tornò indietro verso la camera e si guardò allo specchio: il suo viso era vuoto come non lo era mai stato.
Qualche volta avviene che lo gnostico si sente come se non esistesse minimamente. Egli tenta di ritrovare se stesso ma ciò non accade. Queste sono le osservazioni visibili ai primi stadi di auto-spogliazione, sebbene non siano liberi dalle limitazioni di spazio e tempo. Nello stadio successivo, con l’aiuto di Allah, il saalik può superare queste limitazioni e anche vedere la completa realtà di se stesso. È stato riportato che Mirzaa Jawaad Maleki Tabrizi trascorse quattordici interi anni nella classe di Aakhund Mullaa Hussayn Hamdaani, prendendo lezioni di gnosi. Egli dice: “Un giorno il mio insegnante mi raccontò di un suo allievo la cui istruzione era sotto la mia responsabilità. Questo era un allievo molto attento e diligente. Per sei anni praticò intensamente la meditazione e la riyaazah. Alla fine raggiunse lo stadio della conoscenza di se stesso, e si liberò del suo ‘io’ maligno (passione e lusso). Ritenni giusto che l’insegnante stesso dovesse sapere questo fatto sull’allievo. Quindi lo portai a casa dell’insegnante, e lo informai dell’accaduto. L’insegnante disse: “Non è niente”, e nello stesso istante sventolò la sua mano e disse: “Questo è lo spogliarsi”. Quell’allievo usava dire: “Mi vedo spogliato del mio corpo e allo stesso tempo sento come un’altra persona come me mi si regga accanto”
Qui possiamo dire che vedere le cose esistenti nel mondo del barzakh è comparativamente di poco conto. È molto più importante vedere il proprio ‘io’ (nafs) inferiore in un assoluto stato spogliato, poiché è in questo caso che questo ‘io’ appare come una pura realtà libera dalle limitazioni di tempo e spazio. La visione dei primi stadi è comparativamente preliminare, mentre questa visione è la percezione dell’intero fenomeno.
Aghaa Seyyed Ahmad Karbalaa’i, un altro prominente e conosciuto allievo del tardo periodo di Aakhund, disse: “Un giorno stavo dormendo quando all’improvviso qualcuno mi svegliò e disse: ‘Se vuoi vedere la luce eterna alzati immediatamente’. Aprii gli occhi e vidi un’immensa luce che risplendeva ovunque, in ogni direzione”
Questo è uno stadio di illuminazione dell’ ‘io’ che appare sottoforma di luce infinita. Quando un fortunato saalik supera questo stadio, egli passa ad altri stadi con una velocità proporzionata all’attenzione che dedica alla meditazione. Egli vede gli Attributi di Allah, e diventa conscio dei Suoi Nomi in qualità assoluta. In quest’occasione sente improvvisamente che tutte le cose esistenti sono solo una misura di conoscenza e che nulla esiste se non una singola forza. Questo è lo stadio della visione degli Attributi Divini. Comunque, lo stadio della visione dei Nomi Divini è ancora superiore. In questo stadio il devoto vede che in tutti i mondi esiste solo un Conoscitore e solo un Essere Vivente e Onnipotente. Tale stadio è superiore a quello della conoscenza degli Attributi Divini, è uno stato che appare nel cuore, dove per il momento il saalik non trova nessun essere che conosca la potenza e la vita, eccetto Allah. In genere, questo grado di visione viene raggiunto durante la recitazione del Corano, quando il lettore sente che vi è qualcuno che sta ascoltando la sua recitazione.
Dobbiamo ricordare che la recitazione del Corano ha un profondo effetto nel garantire questo stato. Il devoto offrirà preghiere notturne recitando in esse quelle sure nelle quali, durante la loro lettura, vi è la prostrazione obbligatoria (la sura Sajdah, la sura Haa Mim Sajdah, la sura An-najm, la sura Al°alaq) poiché è molto gradevole prostrarsi mentre si recita una sura. L’esperienza ha anche provato che è molto efficace a questo scopo recitare la sura Saad durante le preghiere notturne del giovedì (wutairah). La caratteristica di queste sure è indicata e riportata anche dalla sura stessa.
Quando il devoto ha raggiunto tutti questi stadi e queste visioni, egli è circondato dagli impulsi divini, e in ogni istante che si avvicina allo stadio dell’auto-annullamento dell’ ‘io’, viene rivestito da un impulso divino che viene totalmente assorbito nella bellezza e perfezione del “Vero Amato”. Non presterà a lungo attenzione a se stesso né a nessun altro. Egli osserva Allah dovunque. C’era Allah, e niente era come Lui.
In questa condizione, il devoto è immerso nell’incommensurabile mare della visione divina.
Ricordiamo che ciò non significa la perdita dell’esistenza di ogni cosa nel mondo materiale. In questo il devoto vede l’unità nella pluralità. Altrimenti tutto continuerebbe ad esistere così com’è. Uno gnostico disse: “Fui tra la gente per trenta anni. Avevano l’impressione che stessi prendendo parte a tutta la loro attività ma in quel periodo non li vedevo, e non conoscevo nessuno all’infuori di Allah”
L’ascesa a questo stadio è di grande importanza. All’inizio può avvenire solo per un momento, ma gradualmente la durata aumenta sempre di più. All’inizio può avvenire per dieci minuti, poi per un’ora, e in seguito anche per un periodo ulteriormente prolungato. Tale stato, per grazia di Allah, può divenire anche permanente.
Nei detti degli gnostici questo stato viene definito come “aver fede in Allah” o “la vita eterna in Allah”. L’uomo non può raggiungere questo stadio di perfezione a meno che non elimini il proprio ‘io’. Nel raggiungere questo stadio il devoto non vede niente, solo Allah.
Vi è un detto di un sufi in estasi spirituale catturato da un impulso divino. Il suo nome era Babaa Farajullah. La gente gli chiedeva del mondo e lui rispondeva: “Cosa posso dire di esso? Non l’ho visto da quando sono nato”
Inizialmente, quando la visione è debole, vi è uno stato il quale avviene oltre il controllo del devoto. Ma quando, come risultato di una continua meditazione, per grazia di Allah, questo stato diventa un lineamento permanente, ed è chiamato stazione. In questo momento lo stato della visione è sotto il controllo del saalik o del devoto. Ovviamente un forte saalik è colui che perdura a lungo nella visione di questo stato, osservando da un occhio il mondo della pluralità e mantenendo dall’altro la sua relazione con il mondo dell’unità e della pluralità assieme. Questa è un’elevata posizione che non può essere raggiunta tanto facilmente. Infatti tale posizione è riservata al Profeta e a qualche altra persona, scelta favorita da Allah, al quale può dire “il livello del mio rapporto con Allah è tale che l’angelo più favorito non lo può raggiungere”, e allo stesso tempo dice “sono un essere umano proprio come te”
Qualcuno potrebbe anche dire che solo i Profeti e gli Imam possono raggiungere livelli così elevati. Come sarebbe possibile per altri? La nostra risposta è che la Profezia e l’Imamato hanno indubbiamente un’assegnazione a cui altri non possono arrivare. Ma la stazione di “Unicità Assoluta” e l’avvicinamento ad Allah chiamato “wilaayat” non è esclusivamente riservato ai profeti e agli Imam i quali hanno indicato ai loro seguaci almeno di tentare nel raggiungimento di questa stazione di perfezione. Il santo Profeta disse alla sua Ummah (Comunità Islamica) di seguire i suoi passi. Ciò dimostra che anche per gli altri è possibile avanzare a questo livello, altrimenti le sue istruzioni non avrebbero avuto significato. Il Corano dice: “Avete nel Messaggero di Allah un buon esempio per voi, per chi spera in Allah e nell’Ultimo Giorno e ricorda Allah frequentemente” (Al-ahzaab XXXIII: 21)
Vi è una citazione nei libri sunniti che riporta il Santo Profeta mentre disse: “Se foste stati vegli e profondi di cuore avreste visto quello che io ho visto e avreste sentito quello che io ho sentito”
Questa citazione dimostra che la vera causa del mancato raggiungimento della perfezione umana siano i pensieri diabolici e gli atti viziosi. E anche secondo una citazione da una fonte sciita il Santo Profeta disse: “Se Satana non si aggirasse tra i loro cuori, gli esseri umani vedrebbero l’intero regno dei paradisi e della terra”
Una delle caratteristiche di quest’elevato livello consiste nel far comprendere all’individuo i regni divini in accordo alle sue capacità. Egli acquista la conoscenza del passato e del futuro dell’universo e può dominare e controllare qualsiasi cosa, dovunque.
Il famoso gnostico Shaykh Abdul Karim Al-jili scrive nel suo libro “L’uomo perfetto” che una volta fu sopraffatto da tale condizione che lo faceva sentire unito con tutte le altre cose esistenti e poteva vedere tutto. Questo stato non durò più di un attimo.
Ovviamente è a causa della preoccupazione del devoto, e delle sua necessità fisiche, che questo stato non dura a lungo. Un detto sufi, molto conosciuto, dice che un uomo si libera dalle tracce dello sviluppo materiale solo cinquecento anni dopo la sua morte. Tale periodo equivale a mezza giornata di un giorno divino. Allah ha detto: “Invero un solo giorno presso il tuo Signore vale come mille anni di quelli che contate” (Al-hajj XXII: 47)
È evidente che le prossime benedizioni mondane, e bontà e favori divini, saranno innumerevoli e illimitati. Le parole che li esprimono sono state coniate sulla base di necessità umane mentre nuove parole necessitano di essere coniate con l’espressione delle esigenze umane. Questo è il motivo per cui esprimere tutte le verità e i favori divini con le parole è insufficiente. Dovunque siano dette esse sono solamente simboliche e metaforiche. È impossibile esprimere le verità superiori a parole. Fu detto: “Tu sei nel mondo più oscuro”. Secondo questa tradizione l’uomo vive nel più oscuro dei mondi (la terra) creato da Allah.
L’uomo conia le parole per ottenere le sue esigenze quotidiane sulla base di quello che vede e sente in questo mondo materiale. Egli non ha relazioni, benedizioni e spirito negli altri mondi e quindi non può coniare parole per essi. Questo è il motivo per cui non esistono parole adatte in nessun linguaggio del mondo che possono esprimere le verità superiori e i suoi concetti. Ora, sapendo che la nostra conoscenza è limitata e il nostro pensiero soggetto ad errori, come possiamo risolvere questo problema? Ci sono due gruppi di persone che hanno parlato delle verità superiori. Il primo è quello dei Profeti. Essi hanno un contatto diretto con i mondi immateriali ma, allo stesso tempo, dicono: “A noi Profeti ci è stato ordinato di parlare alle genti in accordo alle loro capacità intellettuali”. Ciò significa che sono stati obbligati a diffondere la verità in un modo intelligibile per l’uomo. Hanno solo usato parole per indicare una verità sulla quale è stato detto: “Nessun occhio ha visto, nessun orecchio ha sentito e nessuno ci ha pensato” Essi ammisero che la verità di altri mondi era indescrivibile. Il secondo gruppo è quello di coloro che avanzano lungo il sentiero indicato dai Profeti percependo le verità in accordo alle proprie capacità.
FONTE: http://it.islamic-sources.com/?p=2174
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