venerdì 7 novembre 2014

Premessa a "Il Sacro nella vita e nell'arte", di Philip Sherrard, Irfan Edizioni

I capitoli che formano il testo di questo libro sono in relazione
l’uno all’altro più per affinità e convergenza di tema che come continuità
d’argomento. Riguardano tutti, in un modo o in un altro, il
sacro – sia cercando di comprendere la sua natura, che esplorando
le condizioni con cui potrà essere riconosciuto nella nostra vita e
nella nostra arte; oppure evidenziando le conseguenze del nostro
fallimento a riconoscerlo. Il concetto di un mondo completamente
profano - d’un cosmo interamente desacralizzato - è un’invenzione
piuttosto recente della mentalità umana. Lo sforzo a implementarlo
in termini pratici, innalzandolo a livello di norma secondo cui determiniamo
le maggiori forme della nostra vita sociale, economica,
politica e personale, è ancora più recente – infatti soltanto ora stiamo
diventando consapevoli di quale enorme autodistruzione ciò
implichi. L’invenzione dello stesso concetto, come anche lo sforzo
ad affermarlo, presuppone naturalmente il fatto di dover accecare
la nostra vista intellettuale con una nozione sacrilega e quindi del
tutto fraudolenta dell’universo fisico – in altre parole, con la cataratta
della scienza moderna. Ecco perché il tentativo di recuperare
l’integrità del nostro pensiero e della nostra visione deve cominciare
con la rimozione di tale secrezione opaca – e riguardo a ciò è dedicato
in particolar modo il capitolo finale. Tuttavia questo tentativo
può portare a un’inversione dell’attuale tendenza suicida delle
cose soltanto se come conseguenza verrà accompagnata da un risveglio
della nostra coscienza del significato e della presenza del
sacro, in tutte le sue manifestazioni. Lo scopo di questo libro è di
dare qualche piccolo contributo a tale risveglio.

Philip Sherrard
Katounia, Limni, Evia
Dicembre 1989

venerdì 5 settembre 2014

Detti del Profeta Muhammad: L’Islam e la relazione con Dio

L’Islam e la relazione con Dio

Islam vuol dire abbandonare il tuo cuore [a Dio] {Kanz al-Ummal}.

L’Islam è nudo, il suo vestito è la modestia, il suo ornamento la lealtà, il suo valore le buone azioni e il suo pilastro il timor di Dio {Al-Mahasin}.

In verità dopo di me non esisterà più alcun profeta, né altra nazione dopo di voi. Badate dunque d’adorare il vostro Signore, eseguire le cinque preghiere quotidiane, digiunare nel mese di Ramadhan, andare in Pellegrinaggio alla Casa del vostro Signore, pagare devotamente la zakah dei vostri beni e ubbidire a coloro ai quali dovete ubbidire. Entrerete così nel Paradiso del vostro Signore {Al-Khisal}.

Il timor di Dio e il buon carattere fanno andare la gente in Paradiso piú d’ogni altra cosa {Bihar al-Anwar}.

In verità, gli uomini, dall’epoca d’Adamo fino ai nostri giorni, sono come i denti di un pettine: gli arabi non eccellono sui non arabi, né i “rossi” sui neri, se non per il [loro] timor di Dio {Mustadrak al-Wasa’il}.

L’Islam è la religione della purezza. Siate quindi puri anche voi, poiché solo i puri entrano in Paradiso {Majma’ al-Zawa’id}.

La fede è la conoscenza del cuore, la dichiarazione della lingua, l’azione del corpo {Kanz al-Ummal}.


Tratto da: ALLAMAH RIZVI, Il Profeta Muhammad - vita e insegnamenti dell'ultimo messaggero di Dio, Irfan Edizioni, 2010.

venerdì 27 giugno 2014

Da "R. Guénon e Ibn Arabi", di Carlo Corbucci (pp. 10-11), Irfan Edizioni

Non esistono “esoterismi” al plurale; l’esoterismo autentico è unico. Ciò che nelle
varie tradizioni si presenta come differenza, peraltro sempre apparente, di formule, simboli ed espressioni, appartiene all’ambito dell’exoterismo, non all’esoterismo. L’insegnamento esoterico è sempre identico in ogni epoca e tradizione, per cui non ha veramente senso fare del termine “esoterico” qualcosa di misterioso o trattarne come se ci fossero più esoterismi. Sono le “forme” a essere “rivestite” di veli, non l’esoterismo.
L‘esoterismo “svela”, chiarifica, dà significato a quello che è semmai nella forma che appare come qualcosa di non perfettamente riconoscibile e comprensibile proprio per il suo necessario letteralismo dogmatico di cui la forma è necessariamente rivestita. Se c’è qualcosa che merita l’accusa di “occultismo” dovrebbe dunque paradossalmente essere proprio l’exoterismo più estremista, in ragione del fatto che è proprio il letteralismo estremo a ingenerare, non di rado e proprio per sua natura, le contraddizioni
logiche più assurde in campo dottrinale, ed è del resto proprio su queste debolezze logiche che hanno buon gioco gli pseudofilosofi del materialismo scientifico e della critica dogmatico-religiosa. Ovviamente se l’insegnamento celato dietro le forme espressive, le immagini e i simboli è uno e identico ovunque, la modalità di trasmissione di questo insegnamento può a volte doversi rivestire delle immagini stesse di cui è rivestita la forma tradizionale nella quale l’attività iniziatica ed esoterica si svolge, proprio per non entrare in un conflitto, che sarebbe comunque sempre e soltanto apparente, con essa; e anche perché è dall’esteriore che si parte per penetrare all’interiore cui si può pervenire, e non viceversa. Infatti, quest’ultima ipotesi, che sarebbe allora un procedimento “discendente”, equivarrebbe solo a una funzione, e pertanto non riguarda più personalmente chi la svolge, essendo presupposto logico che egli già possieda la Conoscenza, ma riguarda invece coloro verso i quali l’Opera è compiuta.
Solo questo può suscitare problemi di linguaggio e la necessità di un adattamento tale che trasferisca, lentamente, chi vuole essere guidato, dall’esteriore all’interiore, dalla lettera allo Spirito, dall’immagine alla dottrina, dalla forma espressiva all’insegnamento unico e universale. È esattamente questo il problema e la funzione degli autentici Maestri spirituali che svolgono questa funzione all’interno della loro rispettiva forma tradizionale nella quale si trovano a operare. Solo chi non è strettamente obbligato per un vincolo sociale che può comportare l’accusa di “eresia” o il pericolo della stessa vita (come pur fu il caso di molti Maestri della Tradizione: da Socrate nel mondo greco a Gesù nell’ambito ebraico; da Al-Hallaj nell’Islam a Giordano Bruno e ai Templari nel Cristianesimo ecc.) può permettersi di esprimere la pura dottrina completamente libera da ogni rivestimento e collegamento con la forma tradizionale dominante potendo, tuttavia, in ogni momento, dare prova ed evidenza che quella dottrina non è altro che lo “spirito” di ciò che la forma stessa riveste in immagini i cui significati sono infinitamente più profondi, coerenti ed elevati di quelli che, non già la forma in sé stessa, ma solo il limite di coloro ai quali generalmente essa si rivolge, impedisce loro di penetrare.

mercoledì 21 maggio 2014

Intervista a Valentina Giarratano, autrice di "Luqman, l'Esopo arabo", Irfan Edizioni (a cura di Maddalena Malcangio, "Corriere di Puglia e Lucania")

Nell’Arabia preislamica un personaggio di nome Luqmān era noto per la sua saggezza e la sua eccezionale longevità. Nel Corano vi è una sura (un capitolo) intitolato ‘Luqmān’ in cui si parla della saggezza, modestia e pazienza di quest’uomo, e in cui vengono evidenziate le sue elevate doti morali e la sua fede nell’Unicità di Dio.
La vera identità di tale personaggio rimane tuttavia avvolta nel mistero.
Nella tradizione posteriore Luqmān viene ricordato soprattutto come trasmettitore di aforismi e favole brevi, per lo più aventi come soggetto gli animali.

Ciò ha permesso all’autrice, la Dott.ssa Valentina Giarratano, di confrontare la figura di Esopo, il noto favolista greco, con quella di Luqmān. Questo breve ma accurato studio vuole quindi riscoprire e mettere in evidenza, attraverso una comparazione tra le due figure, alcuni aspetti condivisi dalle culture d’Oriente e d’Occidente.
Abbiamo intervistato dunque l’autrice per saperne di più riguardo a questo libro interessante:

- Dott.ssa Giarratano, ci spieghi brevemente l’argomento del suo manoscritto.

Il principale soggetto del manoscritto è il “viaggio” interculturale del genere letterario della favola. Tale studio si propone, in particolare, di esaminare il ruolo della favola di animali nella letteratura araba classica. L’analisi presentata illustra come il genere della favola – introdotto nella letteratura arabo-islamica sia dal Lontano Oriente sia dalla tradizione greca e latina – fu adattato e integrato con elementi specifici della cultura araba, quindi si diffuse per l’intera sfera culturale arabo-musulmana, fino a giungere in Andalusia. Qui, le collezioni di apologhi o favole in lingua araba, tradotte in latino o nelle lingue romanze, passarono al resto d’Europa.Si potrebbe allora sostenere che il genere della favola, riscontrabile tra le culture di ogni tempo e ogni luogo, costituisce un ponte tra culture (apparentemente) distanti, “mettendo in luce l’universale validità degli insegnamenti morali che si possono trarre dalla rappresentazione allegorica di immutabili caratteristiche umane” (Luqmān, l’Esopo arabo. La favola di animali dalla Grecia al Medio Oriente, Conclusione, pp. 65-66).

- Come è nata l’idea di scrivere tale libro?

Questo testo è, leggermente rielaborato, l’esito dello studio compiuto per la tesi di laurea triennale in Mediazione Linguistica e Culturale, discussa presso l’Università degli Studi di Milano nell’anno accademico 2009-2010. Il soggetto scelto per tale elaborato finale nasce dalla passione per la lingua e la cultura araba e, in particolare, per la traduzione, interesse che si fonde con la profonda attrattiva per la letteratura per l’infanzia. È infatti essenziale, nella trasmissione del genere della favola, il ruolo dell’opera di traduzione, attività intesa in termini non solo linguistici ma anche (e specialmente) culturali. La trasposizione “parola per parola” – nel caso, quasi certamente, di ogni traduzione – non sarebbe corretta, poiché inadeguata alla lingua e alla cultura d’arrivo.

- Quali affinità ha riscontrato e voluto evidenziare tra Luqmān ed Esopo?

La leggenda araba di Luqmān, mitico compositore di favole, è forgiata sul personaggio del noto scrittore greco Esopo, tramandato alla cultura araba attraverso il mito di Syntipas, versione siriaca del celebre favolista greco. Possiamo giungere a tale conclusione osservando che tanti aneddoti sulla vita e sulla personalità di Luqmān richiamano in modo chiaro la leggenda narrata a riguardo di Esopo. È stato inoltre studiato che numerose favole attribuite a Luqmān presentano affinità con favole ascritte al mitico autore greco, per quel che concerne sia l’introduzione narrativa sia l’insegnamento morale che ne possiamo discernere. In Luqmān, l’Esopo arabo è presentata la collezione di favole del mitico scrittore arabo, sia in versione originale sia nella traduzione italiana da me proposta. Sono illustrate, in seguito, le favole esopiche correlate con le favole attribuite a Luqmān. In tal modo, si offre al lettore l’opportunità di operare il confronto, linguistico e culturale, tra i due componimenti letterari in esame, quindi riscontrarvi motivi condivisi e caratteristiche distintive.

- Come ha risposto il pubblico, arabista e non, alla sua ricerca di studio?

Penso che il testo abbia suscitato interesse e curiosità, in particolare, tra studiosi di lingua e cultura araba, così come tra appassionati di letteratura per l’infanzia. È tuttavia probabile che tale studio sia stato notato anche da amanti della lettura in genere.

- Lei ha esordito con questo primo testo che sta riscuotendo apprezzamento dai cultori e dagli studenti della lingua araba; è un successo inaspettato o immaginato? Ha altre idee editoriali nel cassetto che presto troveremo tra gli scaffali delle librerie?

Onestamente, è stata del tutto inaspettata la sola pubblicazione della mia tesi di laurea triennale! L’inatteso evento è connesso all’idea di pubblicare il mio elaborato finale sul sito di “Tesionline”, scoperto in maniera piuttosto casuale. La tesi è così stata notata dalla Casa editrice Irfan, che colgo l’occasione per ringraziare dell’interessamento. Sarei particolarmente interessata a tradurre opere letterarie dall’arabo, in special modo componimenti per l’infanzia. Sarei quindi lieta di avere l’occasione di svolgere e pubblicare altri lavori di traduzione.

- In Italia vi sono pochissimi libri, sia di traduzione sia di ricerca e contenuto innovativi e personali, concernenti la cultura araba; secondo Lei a cosa o a chi può essere attribuita la colpa di questa carenza di editoria araba nel Bel Paese rispetto alle copiose collane arabistiche editoriali degli altri Paesi europei?

La scarsità di editoria araba in Italia potrebbe essere connessa al fatto che, nel nostro Paese, l’interesse per lo studio della lingua e cultura araba è nato – o meglio è rinato – in tempi piuttosto recenti, sebbene all’Italia non siano mancate, nel corso della sua storia, opportunità di approfondire gli studi sul mondo arabo-islamico. L’atteggiamento di chiusura nei confronti della cultura arabo-musulmana potrebbe essere causato dai pregiudizi razziali consolidatisi riguardo al mondo arabo, per una serie di fattori storici, culturali e sociali. Credo che la rinascita dell’arabistica in Italia – caratteristica, per fortuna, degli ultimi tempi – sia invece originata dalla coscienza di quanto sia necessario, oggi ancor più che in passato, smantellare tali pregiudizi, quindi costruire le fondamenta per il dialogo e la comprensione interculturale.


A cura di Maddalena Malcangio

Fonte:
http://www.baresinelmondo.it/index.php/2014/03/17/luqman-lesopo-arabo/

lunedì 19 maggio 2014

L'ESILIO della METAFISICA Quando Corbin raccontava al caffè che l'Oriente è il centro dell'Occidente (di Pietrangelo Buttafuoco)

Parigi, 1932. Seduto al tavolo del caffè d'Harcourt, all'angolo di place de la Sorbonne e boulevard Saint-Michel, Henry Corbin contempla l'affollarsi di angeli discesi apposta per accendere "occhi di fuoco" in lui. C'è un volto oltre la maschera. C'è un senso interiore nelle cose. La realtà non si esaurisce nell'esterioritàe Henry Corbin - seduto al tavolo con Raymond Quenau e Jacques Lacan, anche loro reduci dal seminario di Alexandre Kojève su Hegel - ha una natura particolare: è uomo solo a metà. Per l'altra metà, è angelo. Carne per la carne, cielo per il cielo. «Siamo esiliati rispetto al luogo di ogni luogo e alla conoscenza vera». Questo è ciò che Corbin dice ai due amici, con i quali coltiva un sodalizio simile al legame dello Stift, quello che a Tubinga aveva visto insieme Hegel, Hölderlin e Schelling. Corbin è un ragazzo di Parigi. Louis Massignon, il suo maestro all'università, gli ha dato da leggere Shihab al-Din Yahya Sohravardi. È un filosofo persiano del XII secolo, e lui ne è stato rapito. È grazie alla numinosa filosofia persiana che Corbin, adesso, parla di angeli presenti tra i tavoli del caffè; e nessuno, nella città di Cartesio, scambia Corbin per uno scombiccherato. Conosce alla perfezione il sanscrito, il farsi, l'arabo. Agli occhi dei due amici (Kojève impegnato ad affrontare la Fenomenologia dello Spirito, Lacan in perenne corpo a corpo con Freud) quello di Corbin è un platonismo tradotto con i termini dell'angelologia zoroastriana. Studioso del mundus imaginalis, regione intermedia tra corpo e spirito, Corbin - che non dimenticherà le giornate di discussioni al caffè con Georges Bataille - descrive una dimensione terza tra res cogitans e res extensa, dove le ombre del mondo sensibile si trasformano in simboli evocativi. Le trame dell'immaginale sono inimmaginabili. In quel caffè, tra le nuvole di assenzio e anice, c'è il presagio di uno charme: l'ondeggiare dei veli, il troneggiare dei turbanti, il fruscio delle schiere angeliche. È un sovrapporsi di spazio e tempo, nel quale risulta, come in una vena segreta, il cuore remoto e però pulsante dell'Iran. La Persia è una fonte metafisica mai esaurita, in cui oggi Corbin (al quale è dedicata un'importante strada a Teheran, presso l'ambasciata francese) è considerato alla stregua dei santi sapienti. La sua opera, l'intero suo corpus filosofico e teologico, è fondante dell'identità iranica. «Ebbe come manto l'alta conoscenza», dicono di lui a Qom, la città degli studi. Il polo, attualmente occulto, senza il quale il mondo non potrebbe esistere, è l'Oriente. L'Occidente, secondo Corbin, è solo un esilio per la metafisica. Progettiamo, in virtù di logos, edifici sontuosi «per poi vivere in catapecchie fatiscenti». La presenza del sacro, in questa parte di mondo, è nella sua stessa assenza. "La clavis hermeneutica degli antichi pensatori orientali è in grado di dare una risposta alle vicissitudini dell'uomo contemporaneo talmente immerso nell'oscurità da non riuscire ad avvertire il proprio stato, l'esilio dell'esilio". Così si legge in Tempo ciclico e Gnosi ismailita, edito da Mimesis, a cura di Roberto Revello, introduzione di Bernardo Nante. C'è un senso trans-storico nella vita. Il senso della profezia - l'avvento di Muhammad, l'ultimo dei profeti - non è legato alla contingenza ma ha sempre una sua prolungazione ciclica. Corbin è il filosofo che più di ogni altro, nell'epoca contemporanea, ha svelato agli stessi musulmani la necessità di distinguere un islam "legalitario", fondato sull'elencazione statica di regole, da un islam metafisico in cui la Shi'ia è "il santuario" tutto da venire. Ci sono un segno e una guida per ogni uomo e per ogni comunità futura: «Forse che una volta morti coloro a proposito dei quali era stato rivelato un certo versetto, questo versetto è anch'esso morto?». Corbin introduce nella teologia un capovolgimento "copernicano", che però è realizzato a salvaguardia dell'essenza metafisica. Il tempo lineare - ieri, oggi, domani - è il tempo limitato; e Corbin, che scorge nell'Occidente la catastrofe metafisica dove resta dispersa l'origine del tempo e dello spazio, sventa la trappola storicista e "percorre la strada con l'angelo". Il cristianesimo ha soppresso il mondo di mezzo, l'altrove, per restare nell'al di qua e rinunciare così alla trascendenza. Di fronte all'annuncio di una Legge divina, una shari'at, Corbin - forte della dottrina dell'Imamato, cioè i successori, gli apostoli derivati da Muhammad - s'immerge nel Libro dove il senso spirituale postula un'iniziazione, «la perenne fluttuazione con i cicli e i periodi del mondo». L'uomo deve reintegrare il pleroma, ossia la pienezza di Dio. E la presenza di Dio nell'uomo è immune da eventi catalogabili, documentabili e narrabili. Il compito fondamentale della Shi'a è la salvaguardia del senso. L'esoterico nel ministero sciita, per Corbin, è un'energia divina non soggetta al divenire. È «un luogo situativo più che situato». Come il sole, nel fenomeno proprio del sorgere, rivela il mondo. E l'immaginale non può che situare il sensibile e l'intelligibile. La coerenza speculativa è una qualità superiore rispetto alla coerenza cronologica. Una conoscenza che, conoscendo la realtà, la crea. «Henry non credeva solo in Dio, lo pregava anche», dirà Seyyed Hossein Nasr, il filosofo iraniano con cui Corbin animerà l'Ecole pratique des Hautes Etudes della Sorbonne e poi ancora a Teheran. Metà europeo, metà persiano. Così è Corbin: «Era contemporaneamente un pio sciita e un intellettuale parigino», spiegherà ancora Nasr. Nei pellegrinaggi nei santuari iraniani, Corbin, che pure avrà un funerale cristiano, si rivolge a Nasr con « nous shi'ites », "noi sciiti". L'immaginazioneè più potente della logica, e Corbin, il primo ad applicare la fenomenologia all'orientalismo, non legge i trattati di Sohravardi come un filologo o come uno storico, piuttosto come un filosofo, dunque con "occhi di fuoco". Egli introduce la distinzione tra fantasia e immaginazione produttiva, e in questa designa il luogo della metafisica pura. Il suo dialogo con Allamah Sayyid Husayn Tabatabai, un sapiente della città di Qom, pubblicato in persiano, è considerato tra le massime prove di ermeneutica, pari alle vertigini linguistiche di Martin Heidegger, di cui Corbin, non a caso, sarà il traduttore in lingua francese; e non è appunto un caso, poiché proprio con l'autore di Essere e tempo, riconoscendogli il merito di una primogenitura, Corbin consuma non tanto una rottura quanto un oltrepassamento. In nome dell'agnosticismo scientifico, l'Occidente sì è privato dei presupposti metafisici sui quali, originariamente, ha fondato se stesso. È l'essere presente dell'uomo a esprimere quel che per Corbin è la cognitio matutina: dunque non l'essere per la morte del dasein heideggeriano ma l'essere per l'al di là della morte. Nel Concilio di Nicea del 325 sorge la dottrina del Verbo unito alla carne. Il credo secondo cui il Cristo, dopo la resurrezione, soffia simbolicamente l'anima degli apostoli è marchiato nell'eresia. Il simbolo, invece, secondo Corbin- così come nella dottrina dell'Imamato - è il luogo dell'anima. I corpi si spiritualizzano, gli spiriti si corporalizzano. Trovare il mundus imaginalis significa spogliarsi del cogito cartesiano, incamminarsi infine con l' anghelos che può disvelarsi solo a chi intensamente lo desidera accogliendo in sé il volto di Dio. Spiega Corbin: «Face de Dieu, face de l'homme». L'esistenza è una visione: tutto si svolge nell'anima; e l'ultimo Imam, l'occulto, il Mahdi atteso nel suo disvelamento, è il segreto dell'avvenire. Solo il caffè d'Harcourt non c'è più. In suo luogo, c'è un grande magazzino: l'unica forma di magistero ecclesiale concessa all'Occidente. Post scriptum Il lettore italiano può trovare i libri di Corbin nei cataloghi di Boringhieri, Adelphi e Mimesis che, oltre l'interessante saggio di Glauco Giuliano L'immagine del tempo in Henry Corbin, ha già avviato la pubblicazione de Il Paradosso del monoteismo e del primo tomo di Nell'islam iranico.

PIETRANGELO BUTTAFUOCO

FONTE:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/01/13/lesilio-della-metafisica-quando-corbin-raccontava-al.html

venerdì 16 maggio 2014

Prefazione di Alberto Ventura a: Seyyed Hossein Nasr, Scienza e civilta' nell'Islam (Irfan Edizioni)

È singolare che la storia della scienza islamica, se facciamo eccezione per le pubblicazioni riservate agli specialisti dell’accademia, sia stata così poco frequentata dall’editoria. Oltre al volume che qui presentiamo, tradotto
per la prima volta in Italia nel 1977 e da molto tempo introvabile, sono pochissime le opere rivolte al pubblico più vasto che descrivano in maniera completa il pensiero scientifico coltivato nei paesi dell’Islam, e nessuna di esse è disponibile nella nostra lingua. Eppure quel pensiero viene da molti considerato come uno dei contributi più essenziali forniti dalla civiltà musulmana allo sviluppo scientifico mondiale. È anche vero che, ancora ai giorni nostri, c’è chi intende minimizzare l’apporto intellettuale del Medioevo islamico come un fenomeno di mera trasmissione all’Occidente del sapere antico, quasi che i filosofi e gli scienziati musulmani si siano limitati a trasmettere meccanicamente l’eredità greca all’Europa. Dietro questa visione si nasconde ovviamente un certo pregiudizio anti-islamico di cui la cultura occidentale fatica a sbarazzarsi, proprio nel momento in cui si vanta di essere superiore alle altre culture del pianeta per la sua obbiettività, il suo distacco critico, la sua libertà da ogni influenza ideologica e religiosa.
Chi leggerà questo libro in maniera imparziale potrà rendersi conto che la realtà è alquanto diversa. Se è vero, infatti, che in campo scientifico i pensatori musulmani molto spesso non hanno del tutto “inventato” le loro teorie, in gran parte già note ai Greci, è altresì indiscutibile che quelle conoscenze vennero inserite in un quadro complessivo più organico ed efficace, permettendo alla scienza islamica di rappresentare un insieme concettualmente più solido e di stimolare applicazioni più largamente diffuse di quanto non avesse mai potuto fare il sapere scientifico dell’antichità. Un grande islamologo e storico della scienza, Alessandro Bausani, ha dimostrato a nostro parere in modo indiscutibile che il valore aggiunto del sapere
scientifico dell’Islam non fu tanto quello dell’originalità – cosa che del resto esercitava scarso fascino sull’uomo medievale – quanto piuttosto il metodo: alle frequenti approssimazioni dei Greci, che pur di far rientrare un fenomeno in schemi rigidi e predefiniti erano soliti aggiustare forzatamente i dati o arrotondare grossolanamente le cifre, gli scienziati musulmani adottarono criteri di maggiore precisione proprio perché il loro quadro di riferimento culturale non permetteva loro di accettare una qualunque forma di sistema preconcetto.
Questa diversità di approccio non fu dunque casuale. Nasr ha più volte sostenuto, e con ragione, che non possiamo definire quella scienza come islamica solo perché i suoi cultori furono dei musulmani, ma al contrario proprio perché sono stati i valori intellettuali e spirituali dell’Islam a darle la forma che conosciamo. Per l’Islam, infatti, l’intero creato rappresenta un
“segno” di Dio, e il Corano invita più volte gli uomini a riflettere e meditare su quei segni; d’altra parte, lo stesso Corano sottolinea con la massima insistenza il carattere assolutamente libero dell’agire divino, che non può in alcun modo essere ricondotto a schemi precostituiti. La riflessioni sui segni di Dio nel mondo non debbono dunque sfociare in una visione meccanicistica della realtà, perché quella realtà, frutto del volere di Dio in ogni suo istante, è di fatto imprevedibile. L’uomo non può far altro che osservare puntualmente i fenomeni, e di qui nasce l’accuratezza degli scienziati
musulmani, spinti a verificare attentamente ogni moto degli astri, ogni meccanismo dei corpi, ogni forza fisica. Il risultato di queste osservazioni sarà non tanto quello di definire delle leggi di natura invariabili, ma piuttosto di stabilire che ad ogni causa segue generalmente un certo effetto, fermo restando che è sempre la volontà divina a determinare ogni volta l’esito del fenomeno. È ciò che l’Islam definisce “l’abitudine di Dio” (sunnat Allāh), nel senso che Dio ha creato l’universo facendolo funzionare secondo certe consuetudini, che tuttavia Egli potrebbe modificare in qualsiasi momento, e che dunque in ogni momento vanno verificate e accertate. È noto, per esempio, che la legge musulmana impone di avvistare concretamente la falce di luna crescente per dichiarare l’avvenuto inizio dei mesi del suo calendario lunare, che non può essere previsto in base a un calcolo
astronomico, ma che deve essere percepito ogni volta concretamente e direttamente dall’occhio umano. Persino il sole, in apparenza più puntuale della luna nel suo percorso, deve la sua regolarità alla consuetudine che Dio gli impone, e non a una legge fisica prefissata. Il Corano afferma che, al suo calare, il sole va ogni giorno a scomparire in una fonte limacciosa a
Occidente e un insegnamento del Profeta aggiunge che, prima di sorgere di nuovo, esso si presenta al cospetto del trono di Dio per chiedere il permesso di ricomparire ad Oriente. Il premesso viene regolarmente accordato, ma il fatto non è in sé e per sé ineluttabile, e infatti è detto che uno dei segni della fine dei tempi sarà rappresentato da un’alba occidentale.
Un’altra caratteristica peculiare della scienza islamica sulla quale Nasr ritorna con particolare insistenza consiste nel suo essere inserita nel quadro di un sapere più profondo. La speculazione scientifica è sempre stata vista, nell’Islam, come una delle possibili applicazioni di una conoscenza più alta, di una gnosi superiore, per cui nessuna scientia (‘ilm) avrebbe senso se non si ispirasse ai princìpi della sapientia (hikma). La ragione di questo fatto risiede soprattutto in quello che possiamo considerare l’assunto centrale della sapienza islamica: la fondamentale identità fra essere e conoscere. La vera conoscenza non è un mero esercizio mentale, una pura teoria, ma si accompagna sempre a una totale identificazione fra soggetto conoscente e oggetto conosciuto. Lo studio dei fenomeni naturali non è dunque fine a se stesso, ma implica la ricerca del fondo ultimo delle cose, del loro senso più intimo, per cui conoscere le cose in questa loro interiorità equivale in ultima analisi a conoscere Dio stesso. Studiando le cose, anche quelle apparentemente più minute e insignificanti, in realtà mettiamo in luce la presenza dentro di loro dell’essere che le anima, del principio unico, eterno e immutabile che dà a esse l’esistenza. È per questo che l’intero universo, dal più alto dei cieli sino alle profondità della terra, può davvero essere considerato un “segno” trasparente del suo Principio. Come ben nota Nasr, «questa visione gnostica del cosmo ha il suo aspetto positivo nella sua visione della Natura come simbolo, e nel conseguente studio delle scienze che si occupano di fenomeni naturali non come fatti bensí come simboli di gradi superiori di Realtà». È questo che conferisce alla scienza islamica il suo tratto forse più peculiare: essa non dimentica mai, anche quando si addentra nelle complessità delle sue analisi o dei suoi esperimenti più particolareggiati, che ogni singolo frammento dell’esistenza gravita nell’orbita di un ordine totale. Il lettore potrà trovare in questo libro abbondanti esempi di tale atteggiamento, notando come astronomi e fisici, medici e alchimisti, naturalisti e geografi abbiano sempre supposto dietro gli oggetti del loro studio una “presenza” invisibile – ma non per questo meno evidente –che rappresenta l’imprescindibile fondamento metafisico di ogni singola porzione del mondo fisico.
Un legame così forte fra la speculazione scientifica e i suoi princìpi metafisici spiega perché la scienza dell’Islam non abbia mai subito un processo di secolarizzazione paragonabile a quello avvenuto in Occidente. A partire dal XVI secolo i due mondi, quello cristiano e quello islamico, hanno battuto strade molto differenti. Secondo Nasr, gli scienziati musulmani non hanno voluto spezzare l’architettura della cosmologia medievale proprio per mantenere quel legame fra natura e ordine divino che costituiva il presupposto del loro universo. Gli Europei, incuranti dei simboli, hanno invece scelto la via opposta, che ha fornito loro le chiavi per uno smisurato sviluppo delle conoscenze scientifiche. Ma questa crescita senza limite ha
avuto il suo prezzo: ormai priva di ogni riferimento d’ordine superiore, la scienza moderna si è sempre più indirizzata verso l’utilità pratica e il profitto, con quegli esiti destabilizzanti e distruttivi che oggi sono sotto gli occhi di tutti e che difficilmente possono essere arrestati dai tardivi e timidi richiami a una regolamentazione etica delle tecnologie. Nasr, di nascita e cultura musulmana ma anche formatosi presso prestigiose istituzioni scientifiche europee e americane, in questo libro e in altri suoi scritti ha riservato severe critiche all’impostazione di fondo della scienza occidentale moderna. Naturalmente questo aspetto della sua opera ha suscitato svariate obbiezioni e polemiche, perché una mentalità scientista ancora in voga
non è in grado di vedere nel simbolo altro che una superstizione del passato e continua a proclamarsi inorridita dinnanzi all’idea di una scienza condizionata da princìpi di ordine spirituale. Ma i ripetuti fallimenti della scienza moderna dovrebbero suggerire un atteggiamento meno pregiudiziale e stimolare qualche interrogativo sul senso della strada che si è intrapresa.
Il presente volume fornirà senz’altro al lettore lo spunto per inedite riflessioni su una materia tanto delicata.

Alberto Ventura
Università della Calabria - Cosenza
Agosto 2011

martedì 29 aprile 2014

La famiglia e il Profeta (di M. Shomali) articolo sul quotidiano "Il Foglio" (19 marzo 2014)

Secondo il Corano, Dio ha onorato gli esseri umani (17:70) e li ha creati con la potenzialità di agire come Suoi luogotenenti sulla terra (2:30; 38:26). Sia nella Sua creazione che nella Sua legislazione, Dio ha predisposto ogni cosa onde permettere agli esseri umani di prosperare e raggiungere questa posizione. Come altre forme di esseri viventi, gli esseri umani sono stati creati in coppia e non potrebbe essere completi altrimenti (36:36). Ciò è incomparabile con Dio, Colui che non necessita di un partner (72:3; 6:101). Dio dice nel Santo Corano:

“Fa parte dei Suoi segni l'aver creato da voi, per voi, delle spose, affinché riposiate presso di loro, e ha stabilito tra voi amore e tenerezza. Ecco davvero dei segni per coloro che riflettono.” (30:21)

“Dio vi ha dato spose della vostra specie, e da loro vi ha dato figli e nipoti e vi ha concesso le cose migliori. Crederanno al falso e disconosceranno la benevolenza di Dio?” (16:72)

Uno dei segni della saggia creazione di Dio è che Egli ha creato per noi spose da noi stessi. Per essere completo un uomo necessita di una donna e viceversa. Anche quando le genti si recano in Paradiso, esse necessitano di essere con le loro spose. Il Corano dice:

“E annuncia a coloro che credono e compiono il bene, che avranno i Giardini in cui scorrono i ruscelli. Ogni volta che sarà loro dato un frutto diranno: “Già ci era stato concesso!”. Ma è qualcosa di simile che verrà loro dato; avranno spose purissime e colà rimarranno in eterno.” (2:25; cfr. Anche 3:15; 4:57; 43:70)

Quando Dio disse ad Adamo di andare in Paradiso, Egli disse:

“…O Adamo, abita il Paradiso, tu e la tua sposa…” (2:35)

E’ interessante che quando Dio avverte Adamo sull’inimicizia di Satana, Egli gli dice che Satana vuole ingannarli e trarli fuori dal Giardino:

“Dicemmo: “O Adamo, in verità quello è un nemico manifesto, per te e per la tua sposa. Bada a che non vi tragga, entrambi, fuori dal Paradiso, ché in tal caso saresti infelice.”(20:117)

Adamo e sua moglie fanno ingresso insieme in Paradiso e anche se dovessero uscirvi lo farebbero insieme. Il Corano dice:

“Poi Iblîs li fece inciampare e scacciare dal luogo in cui si trovavano. E Noi dicemmo: “Andatevene via, nemici gli uni degli altri [L'inimicizia di cui parla il versetto si riferisce a quella sempiterna tra gli uomini e i dèmoni e non già tra l'uomo e la donna come si potrebbe equivocare]. Avrete una dimora sulla terra e ne godrete per un tempo stabilito”. Adamo ricevette parole dal suo Signore e Dio accolse il suo [pentimento]. In verità Egli è Colui Che accetta il pentimento, il Misericordioso. Dicemmo: “Andatevene via tutti [quanti]! Se mai vi giungerà una guida da parte Mia, coloro che la seguiranno non avranno nulla da temere e non saranno afflitti”.” (2:36-38)

E’ interessante che il Corano ci rende edotti che gli angeli che sostengono il Trono Divino e lo circondano, pregano per i credenti ed una delle cose che continuamente chiedono per loro a Dio è di lasciarli entrare in Paradiso insieme con le loro spose:

“Coloro che sostengono il Trono e coloro che lo circondano, glorificano e lodano il loro Signore, credono in Lui e invocano il perdono per i credenti: “Signore, la Tua misericordia e la Tua scienza, si estendono su tutte le cose: perdona a coloro che si pentono e seguono la Tua via, preservali dal castigo della Fornace. Signore! Falli entrare nei Giardini di Eden che hai promesso loro, e a quanti fra i loro padri, le loro spose e i loro discendenti saranno stati virtuosi. Sì, Tu sei l'Eccelso, il Saggio.” (40:7-8)

La formazione della famiglia, in principio formata da un uomo ed una donna, è uno degli elementi fondamentali del disegno di Dio per la vita umana. Egli ci ha benedetto ancor di più dandoci dei bambini. I bambini possono essere ben protetti e cresciuti soltanto nell’atmosfera della famiglia dove vi sia un padre e una madre che si amano reciprocamente e amino i loro bambini, vedendo nei loro figli un dono proveniente da Dio, avvicinandoli ulteriormente uno all’altro.



Il matrimonio: un patto sacro

Poiché la famiglia è un aspetto cruciale della creazione divina dell’umanità e un’istituzione sacra, il matrimonio è considerato come un patto sacro tra il marito e la moglie e Dio è il testimone tra loro. Mantenere solidi i legami matrimoniali e familiari è essenziale. In un ben noto detto (hadith), il Profeta Muhammad è riportato aver detto:

“Nell’Islam non è stata edificata nessuna costruzione più amata agli occhi di Dio del matrimonio.” (Bihar al-Anwar, vol. 100, pag. 222)

Pertanto ogni cosa deve essere orientata verso la protezione e promozione della vita familiare. Dall’altro lato, il divorzio è considerato come l’atto permissibile più riprovevole. Il Profeta Muhammad (S) ha detto:

“Non vi è nulla più detestato da Dio di una casa distrutta dalla separazione.” (Al-Kafi, vol. 5, p. 328)

Causare la separazione tra un marito ed una moglie è considerato un peccato maggiore e un tipo di miscredenza (kufr) (2:102).

Il matrimonio non è soltanto una sistemazione finanziaria o fisica per avere relazioni sessuali o vivere insieme. Non si tratta neanche di un mero contratto legale tra un uomo e una donna. Il matrimonio è un patto sacro tra i due e Dio ne è il testimone; un dono divino per gli esseri umani per completarsi reciprocamente e consolarsi gli uni con gli altri.

La violazione di questo sacro patto attraverso adulterio o relazioni omosessuali è proibita e unanimemente rifiutata da tutti i sapienti musulmani. Dato l’alto valore della vita umana, l’Islam vi ripone un’attenzione particolarmente speciale prima del suo inizio e che continua anche dopo la sua fine con la morte. L’unica via appropriata e legittima per avere figli è attraverso il matrimonio. In altre parole, un uomo e una donna possono avere un figlio soltanto quando essi apprezzano il valore della vita umana e si impegnano quindi ad assumersi pienamente la responsabilità di crescere un bambino nell’istituzione sacra della famiglia. Appare quindi immorale l’uso moderno della biotecnologia scavalcando il matrimonio e riproducendo esseri umani artificialmente e al di fuori del contesto della famiglia. Ovviamente una coppia sposata può utilizzare tecniche biomediche legittime per la genitorialità. Il Corano dice:

“Egli è Colui Che dall'acqua, ha creato una specie umana e la ha resa consanguinea ed affine. Il tuo Signore è potente.” (25:54)

Il matrimonio costituisce quindi un’unità sacra sulla quale dobbiamo costruire una società, e deve essere molto solida. Per stabilire e rafforzare questa unità, Dio ha osservato certi aspetti nella Sua creazione ed ha osservato altri aspetti nella Sua legislazione. Si tratta di due realtà in armonia reciproca, ma qui possiamo fare riferimento soltanto ad alcuni aspetti della Sua creazione.



Il matrimonio secondo la creazione divina

Nella Sua creazione, Dio ci ha reso desiderosi il sesso opposto, vale a dire che all’uomo ha infuso il desiderio di una donna e alla donna di un uomo, e così a vari livelli. Alcune persone possono forse sperimentarlo soltanto al livello più basso, quello sessuale. Ma il desiderio di un uomo per una donna o viceversa non deve essere animato soltanto dalla concupiscenza, perché questo essere sperimentato a livelli più profondi, prima psicologicamente e poi spiritualmente.

Coloro che andranno in Paradiso avranno ancora bisogno di avere un coniuge non perché vorranno avere mere relazioni sessuali ma perché troveranno completa tranquillità e conforto nel rapporto generale con lui. Troviamo che il nostro elemento mancante, l’unica cosa che può farci sentire completi, è una donna per un uomo e un uomo per una donna. Dio ci ha creati quindi in modo che possediamo questo desiderio profondo di un coniuge e la sua natura in alcuni aspetti simile e in altri differente rende perfetto l’incontro.

Questo desiderio porta un uomo ed una donna ad unirsi nonostante il fatto che la prima scelta potrebbe essere quella di rimanere liberi e non assumersi impegni e responsabilità. Dio ci ha reso però così bisognosi di questa unione al punto di darci la forza di sopportare ogni tipo di difficoltà e ad intraprendere molteplici responsabilità nel cercare e preservare il nostro coniuge. Ovviamente le persone più compassionevoli e spirituali non trovano particolarmente difficile “ospitare” un’altra persona nella loro sfera e invece di pensare soltanto al loro ego, fanno ogni cosa per il bene e il miglioramento dell’estensione de proprio sé, cioè la famiglia. Ma per coloro che sono individualisti ed egoisti, il matrimonio è una grande sfida. Essendo abituati a compiere ogni cosa come vogliono e volendo rimanere liberi da ogni impegno, è per essi difficile trovarsi in qualche modo limitati e con responsabilità. In ogni caso il desiderio sessuale, psicologico e spirituale conduce le persone di sesso opposto le une verso le altre.

Non solo gli esseri umani nutrono un desiderio verso la persona di sesso opposto, ma nella Sua Saggezza, Dio ha creato gli uomini e le donne con differenti personalità. Gli uomini e le donne condividono molte cose e quindi sono idonei l’uno con l’altro. Se un uomo non condivide nulla con una donna essi non potrebbero allora essere buoni coniugi l’uno per l’altro; ma allo stesso tempo la cosa bella è che vi sono alcune differenze tra loro, perché se una persona fosse esattamente come noi, perché ne avremmo bisogno e come potrebbe donarci conforto o completarci? Abbiamo bisogno di qualcuno simile a noi in alcuni aspetti ma tuttavia differente in altri.

Quindi il carattere di un uomo è differente da quello di una donna, ma non a tal punto da rendere impossibile una comprensione reciproca. E’ possibile comprendersi reciprocamente perché abbiamo molti aspetti in comune ma abbiamo bisogno anche di comprendere e apprezzare le differenze che abbiamo naturalmente. Se un uomo desidera che sua moglie pensi e si comporti esattamente come lui, o se una donna vuole che suo marito pensi e si comporti esattamente come lei, mostrano una mancanza di comprensione. Ciò che è importante e cruciale per un marito e una moglie è sforzarsi per comprendere e apprezzare queste differenze e operare congiuntamente per utilizzarle a vantaggio della loro famiglia e società.

Il Corano richiede ai membri della famiglia di avere amore e misericordia l’uno verso l’altro. Per esempio leggiamo:

“Comportatevi verso di loro convenientemente.”(4:19)

“Il tuo Signore ha decretato di non adorare altri che Lui e di trattare bene i vostri genitori. Se uno di loro, o entrambi, dovessero invecchiare presso di te, non dir loro “uff!” e non li rimproverare; ma parla loro con rispetto, e inclina con bontà, verso di loro, l'ala della tenerezza; e di': “O Signore, sii misericordioso nei loro confronti, come essi lo sono stati nei miei, allevandomi quando ero piccolo” (17:23-24)

“[e mi ha imposto]… la bontà verso colei che mi ha generato.” (19:31)

Il Profeta (S) ha detto:

“Guardare il proprio coniuge con affetto e gentilezza è un atto di adorazione.” (Ibid, Vol. 71, pp. 80-84)

“Dio è compiaciuto quando una persona compiace i suoi genitori, e Dio è adirato quando una persona causa la loro ira.” (Ibid, Vol. 74, p. 151)

“Il Paradiso risiede sotto i piedi delle madri.” (Nuri, Mustadrak Wasa’il al-Shi‘ah, Vol. 15. p. 180; Muttaqi Hindi, Kanz al-‘Ummal, Vol. 16, p. 461)




* Articolo apparso sul quotidiano "Il Foglio" con il titolo "La Famiglia e il Profeta" il 19 Marzo 2014.




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