Muhammad, sigillo dei Profeti, è considerato nell’Islam la più perfetta delle creature di Dio e il più nobile degli esseri umani. Egli fu conosciuto con molti nomi e ricevette diversi titoli, ognuno dei quali riflette un aspetto del suo essere. Egli infatti fu il Glorificato (Muhammad), il Lodato (Ahmad), il Prescelto (Mustafa), il perfetto servo di Dio (Abdallah), il padre di Qasim (Abul-Qasim). Egli manifestò qualità eccezionali fin da bambino e nel corso della sua vita ebbe modo di confrontarsi con i differenti aspetti della natura umana, osservati in condizioni di guerra e di pace, in momenti di tranquillità così come di tensione e pericolo.
La prima esperienza della Rivelazione avvenne in una caverna, e le prime parole che Dio gli rivelò riguardarono la conoscenza, perché l’Islam è essenzialmente una religione basata sulla conoscenza di Dio, che è la Verità (al-Haqq), e sulla distinzione tra Verità e falsità ed errore. E sempre in una caverna il Profeta, insieme ad Abu Bakr, trovò rifugio fuggendo da Mecca inseguito dai suoi nemici. Il simbolo e la storia della caverna, come altri eventi nella sua vita, nascondono profondi significati che è difficile esplicare in poche righe. A ogni modo, possiamo dire che la caverna è un luogo nascosto agli sguardi esterni, come lo è il cuore degli esseri umani, e se uno è davvero un Intimo di Dio, deve penetrare nel cuore ove sarà protetto da tutti i pericoli esterni, sentendosi sempre al sicuro se liberato dalle influenze esterne del proprio ego.
Una delle esperienze più straordinarie vissute dal Profeta, e che ha ispirato numerosi capolavori della letteratura islamica e non solo (basta ricordare la Divina Commedia di Dante), fu certamente l’ascensione al Cielo (mi’raj). È difficile comprendere l’ascensione notturna del Profeta per chi ritiene che il mondo sia limitato alla sola dimensione fisica della realtà.
Il mi’raj fu una ascensione attraverso tutti i gradi di esistenza, passando dagli stati infernali ai vari stati paradisiaci fino alla più remota regione della manifestazione divina, e poi oltre fino alla immeditata Prossimità divina. Fu proprio durante il mi’raj che il Profeta ricevette le istruzioni sulla preghiera (per cui si dice che le preghiere quotidiane sono il mi’raj del credente). Un altro punto da sottolineare è che il mi’raj del Profeta non avvenne solo spiritualmente (ruhani) ma anche corporalmente (jismani). Il mi’raj fu un viaggio nei più alti stati dell’essere, per cui il fatto che avvenne anche fisicamente sta a significare che tutti gli elementi del suo essere furono integrati in quella esperienza finale che fu la piena realizza-zione dell’unità, e sta a evidenziare inoltre la piena dignità e nobiltà del corpo umano come creato da Dio.
È essenziale ricordare che il Profeta prima sperimentò il mi’raj e la Prossimità divina e dopo migrò a Medina, ove sarebbe divenuto la guida spirituale e temporale della comunità islamica. Egli fu inviato a guidare la comunità islamica, e in prospettiva il mondo intero, solo dopo essere stato scelto ed essersi perfezionato. Egli insomma poté guidare la collettività umana in base al Volere divino perché egli stesso visse interiormente ed esteriormente in base a quel Volere. Egli divenne governante, capo militare e giudice dopo aver asceso tutti i livelli di esistenza e sperimentato i frutti dell’unione spirituale, divenendo l’Uomo Perfetto (o Universale) (al-insan al-kamil). Il Profeta, che è la più alta manifestazione di Dio, ricevette lo svelamento dei misteri dell’Essere e raggiunse il culmine dell’umana perfezione, vedendo chiaramente la realtà senza la frapposizione di alcun velo. Egli fu presente in tutte le dimensioni dell’esistenza e in tutti gli stati dell’essere, e desiderò che tutti gli esseri umani conseguissero la perfezione.
Al fine di “conquistare” e perfezionare il mondo bisogna, dunque, prima “conquistare” e perfezionare se stessi. Oggi più che mai è importante ricordare questa verità, in una epoca in cui troppi uomini hanno cercato di riformare il mondo senza aver riformato se stessi. Il Profeta e la parabola della sua vita, insomma, hanno fornito una lezione universale ed eterna assolutamente essenziale: la perfezione e la conoscenza interiore precedono l’azione esteriore. Egli è l’essere umano perfetto perché non raggiunse la perfezione ritirandosi dal mondo, ma partecipando alle cose del mondo e trasformandolo, e come guida spirituale e temporale a dar vita a un popolo, a una comunità, che andasse oltre le differenze contingenti meramente umane (lingua, cultura, censo, colore della pelle ecc.) e in cui contassero solo la nobiltà dell’anima e il timor di Dio: la ummah.
Il Profeta conseguì la più alta stazione, che è al di là di qualsiasi immaginazione, e fu la manifestazione del più grande e onnicomprensivo Nome Divino, ricevendo l’incarico di Guida con il seguente ordine: «O avvolto nel mantello! Alzati e ammonisci (LXXIV, 1)».
Il Profeta Muhammad rappresenta quindi un modello perfetto, dotato di infallibilità (ismah), che mostra agli esseri umani la possibilità totale dell’esistenza, e li aiuta a realizzarsi e ad avvicinarsi a Dio. Egli ha sperimentato la pienezza di tutto ciò che è umano al fine di essere in grado di svolgere questa funzione di guida, allo stesso modo di come l’Islam penetra ogni aspetto della vita umana al fine di integrare tutti gli aspetti della vita stessa in Dio, “santificando” e donando quindi un significato a tutte le cose. Come si comprenderà leggendo questo libro, non c’è aspetto o esperienza della vita umana di cui il Profeta non abbia avuto esperienza diretta (gioie e dolori, vittorie e umiliazioni, solitudine contemplativa e vita familiare, fedeltà e tradimenti ecc.). Non è quindi azzardato dire che un musulmano nella propria vita puo’ vivere e affrontare davvero poche situazioni che non abbiano precedenti nella vita del Profeta, che può quindi servire da modello e fonte di ispirazione e comportamento.
Il Profeta fu sincero e fedele verso Dio e la Verità, fu generoso verso tutti gli esseri, abbracciò ed esaltò la povertà (nonostante fosse il più grande degli uomini, e certamente consapevole della propria natura) che non implica però opposizione alla ricchezza in sé o alle persone ricche, ma essenzialmente umiltà e consapevolezza della nostra nullità davanti a Dio, simbolizzata dalle prostrazioni durante la preghiera rituale, momento di massima umiltà che è però allo stesso tempo momento di vicinanza a Dio.
Concludendo, vorremmo ricordare che il Profeta emanava un senso di gentilezza, calma interiore, gioia e pazienza; egli sorrideva sempre e il suo volto emanava costantemente un senso di felicità e gioia. Ciò rappresenta quindi un invito per tutti noi a sorridere agli altri e alla vita, a essere fonte di serenità e felicità. Egli ci ha però anche insegnato a essere integerrimi e inflessibili nei confronti del male e della falsità, e a resistere sempre contro tutti coloro che odiano la Verità e le si oppongono, costituendo una minaccia costante per il perfezionamento dell’essere umano e la pace e la giustizia nel mondo.
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