È singolare che la storia della scienza islamica, se facciamo eccezione per le pubblicazioni riservate agli specialisti dell’accademia, sia stata così poco frequentata dall’editoria. Oltre al volume che qui presentiamo, tradotto
per la prima volta in Italia nel 1977 e da molto tempo introvabile, sono pochissime le opere rivolte al pubblico più vasto che descrivano in maniera completa il pensiero scientifico coltivato nei paesi dell’Islam, e nessuna di esse è disponibile nella nostra lingua. Eppure quel pensiero viene da molti considerato come uno dei contributi più essenziali forniti dalla civiltà musulmana allo sviluppo scientifico mondiale. È anche vero che, ancora ai giorni nostri, c’è chi intende minimizzare l’apporto intellettuale del Medioevo islamico come un fenomeno di mera trasmissione all’Occidente del sapere antico, quasi che i filosofi e gli scienziati musulmani si siano limitati a trasmettere meccanicamente l’eredità greca all’Europa. Dietro questa visione si nasconde ovviamente un certo pregiudizio anti-islamico di cui la cultura occidentale fatica a sbarazzarsi, proprio nel momento in cui si vanta di essere superiore alle altre culture del pianeta per la sua obbiettività, il suo distacco critico, la sua libertà da ogni influenza ideologica e religiosa.
Chi leggerà questo libro in maniera imparziale potrà rendersi conto che la realtà è alquanto diversa. Se è vero, infatti, che in campo scientifico i pensatori musulmani molto spesso non hanno del tutto “inventato” le loro teorie, in gran parte già note ai Greci, è altresì indiscutibile che quelle conoscenze vennero inserite in un quadro complessivo più organico ed efficace, permettendo alla scienza islamica di rappresentare un insieme concettualmente più solido e di stimolare applicazioni più largamente diffuse di quanto non avesse mai potuto fare il sapere scientifico dell’antichità. Un grande islamologo e storico della scienza, Alessandro Bausani, ha dimostrato a nostro parere in modo indiscutibile che il valore aggiunto del sapere
scientifico dell’Islam non fu tanto quello dell’originalità – cosa che del resto esercitava scarso fascino sull’uomo medievale – quanto piuttosto il metodo: alle frequenti approssimazioni dei Greci, che pur di far rientrare un fenomeno in schemi rigidi e predefiniti erano soliti aggiustare forzatamente i dati o arrotondare grossolanamente le cifre, gli scienziati musulmani adottarono criteri di maggiore precisione proprio perché il loro quadro di riferimento culturale non permetteva loro di accettare una qualunque forma di sistema preconcetto.
Questa diversità di approccio non fu dunque casuale. Nasr ha più volte sostenuto, e con ragione, che non possiamo definire quella scienza come islamica solo perché i suoi cultori furono dei musulmani, ma al contrario proprio perché sono stati i valori intellettuali e spirituali dell’Islam a darle la forma che conosciamo. Per l’Islam, infatti, l’intero creato rappresenta un
“segno” di Dio, e il Corano invita più volte gli uomini a riflettere e meditare su quei segni; d’altra parte, lo stesso Corano sottolinea con la massima insistenza il carattere assolutamente libero dell’agire divino, che non può in alcun modo essere ricondotto a schemi precostituiti. La riflessioni sui segni di Dio nel mondo non debbono dunque sfociare in una visione meccanicistica della realtà, perché quella realtà, frutto del volere di Dio in ogni suo istante, è di fatto imprevedibile. L’uomo non può far altro che osservare puntualmente i fenomeni, e di qui nasce l’accuratezza degli scienziati
musulmani, spinti a verificare attentamente ogni moto degli astri, ogni meccanismo dei corpi, ogni forza fisica. Il risultato di queste osservazioni sarà non tanto quello di definire delle leggi di natura invariabili, ma piuttosto di stabilire che ad ogni causa segue generalmente un certo effetto, fermo restando che è sempre la volontà divina a determinare ogni volta l’esito del fenomeno. È ciò che l’Islam definisce “l’abitudine di Dio” (sunnat Allāh), nel senso che Dio ha creato l’universo facendolo funzionare secondo certe consuetudini, che tuttavia Egli potrebbe modificare in qualsiasi momento, e che dunque in ogni momento vanno verificate e accertate. È noto, per esempio, che la legge musulmana impone di avvistare concretamente la falce di luna crescente per dichiarare l’avvenuto inizio dei mesi del suo calendario lunare, che non può essere previsto in base a un calcolo
astronomico, ma che deve essere percepito ogni volta concretamente e direttamente dall’occhio umano. Persino il sole, in apparenza più puntuale della luna nel suo percorso, deve la sua regolarità alla consuetudine che Dio gli impone, e non a una legge fisica prefissata. Il Corano afferma che, al suo calare, il sole va ogni giorno a scomparire in una fonte limacciosa a
Occidente e un insegnamento del Profeta aggiunge che, prima di sorgere di nuovo, esso si presenta al cospetto del trono di Dio per chiedere il permesso di ricomparire ad Oriente. Il premesso viene regolarmente accordato, ma il fatto non è in sé e per sé ineluttabile, e infatti è detto che uno dei segni della fine dei tempi sarà rappresentato da un’alba occidentale.
Un’altra caratteristica peculiare della scienza islamica sulla quale Nasr ritorna con particolare insistenza consiste nel suo essere inserita nel quadro di un sapere più profondo. La speculazione scientifica è sempre stata vista, nell’Islam, come una delle possibili applicazioni di una conoscenza più alta, di una gnosi superiore, per cui nessuna scientia (‘ilm) avrebbe senso se non si ispirasse ai princìpi della sapientia (hikma). La ragione di questo fatto risiede soprattutto in quello che possiamo considerare l’assunto centrale della sapienza islamica: la fondamentale identità fra essere e conoscere. La vera conoscenza non è un mero esercizio mentale, una pura teoria, ma si accompagna sempre a una totale identificazione fra soggetto conoscente e oggetto conosciuto. Lo studio dei fenomeni naturali non è dunque fine a se stesso, ma implica la ricerca del fondo ultimo delle cose, del loro senso più intimo, per cui conoscere le cose in questa loro interiorità equivale in ultima analisi a conoscere Dio stesso. Studiando le cose, anche quelle apparentemente più minute e insignificanti, in realtà mettiamo in luce la presenza dentro di loro dell’essere che le anima, del principio unico, eterno e immutabile che dà a esse l’esistenza. È per questo che l’intero universo, dal più alto dei cieli sino alle profondità della terra, può davvero essere considerato un “segno” trasparente del suo Principio. Come ben nota Nasr, «questa visione gnostica del cosmo ha il suo aspetto positivo nella sua visione della Natura come simbolo, e nel conseguente studio delle scienze che si occupano di fenomeni naturali non come fatti bensí come simboli di gradi superiori di Realtà». È questo che conferisce alla scienza islamica il suo tratto forse più peculiare: essa non dimentica mai, anche quando si addentra nelle complessità delle sue analisi o dei suoi esperimenti più particolareggiati, che ogni singolo frammento dell’esistenza gravita nell’orbita di un ordine totale. Il lettore potrà trovare in questo libro abbondanti esempi di tale atteggiamento, notando come astronomi e fisici, medici e alchimisti, naturalisti e geografi abbiano sempre supposto dietro gli oggetti del loro studio una “presenza” invisibile – ma non per questo meno evidente –che rappresenta l’imprescindibile fondamento metafisico di ogni singola porzione del mondo fisico.
Un legame così forte fra la speculazione scientifica e i suoi princìpi metafisici spiega perché la scienza dell’Islam non abbia mai subito un processo di secolarizzazione paragonabile a quello avvenuto in Occidente. A partire dal XVI secolo i due mondi, quello cristiano e quello islamico, hanno battuto strade molto differenti. Secondo Nasr, gli scienziati musulmani non hanno voluto spezzare l’architettura della cosmologia medievale proprio per mantenere quel legame fra natura e ordine divino che costituiva il presupposto del loro universo. Gli Europei, incuranti dei simboli, hanno invece scelto la via opposta, che ha fornito loro le chiavi per uno smisurato sviluppo delle conoscenze scientifiche. Ma questa crescita senza limite ha
avuto il suo prezzo: ormai priva di ogni riferimento d’ordine superiore, la scienza moderna si è sempre più indirizzata verso l’utilità pratica e il profitto, con quegli esiti destabilizzanti e distruttivi che oggi sono sotto gli occhi di tutti e che difficilmente possono essere arrestati dai tardivi e timidi richiami a una regolamentazione etica delle tecnologie. Nasr, di nascita e cultura musulmana ma anche formatosi presso prestigiose istituzioni scientifiche europee e americane, in questo libro e in altri suoi scritti ha riservato severe critiche all’impostazione di fondo della scienza occidentale moderna. Naturalmente questo aspetto della sua opera ha suscitato svariate obbiezioni e polemiche, perché una mentalità scientista ancora in voga
non è in grado di vedere nel simbolo altro che una superstizione del passato e continua a proclamarsi inorridita dinnanzi all’idea di una scienza condizionata da princìpi di ordine spirituale. Ma i ripetuti fallimenti della scienza moderna dovrebbero suggerire un atteggiamento meno pregiudiziale e stimolare qualche interrogativo sul senso della strada che si è intrapresa.
Il presente volume fornirà senz’altro al lettore lo spunto per inedite riflessioni su una materia tanto delicata.
Alberto Ventura
Università della Calabria - Cosenza
Agosto 2011
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