
Abu Nasr al-Farabi (259/872 – 339/950), nato a Wasich, nei pressi di Farab (attuale Uzbekistan), visse principalmente a Baghdad, Aleppo e Damasco, ove morì all'età di 80 anni. Scrisse opere di filosofia, matematica e medicina (la sua produzione scritta è straordinaria). Modesto e di indole schiva, intellettualmente fu audace e instancabile. Fu considerato uno dei più grandi commentatori di Aristotele, tanto che gli fu attribuito l’appellativo di “secondo maestro” (al-mu’allim al-thani), essendo il “primo maestro”, il filosofo per antonomasia, lo stesso Aristotele.
Singolare fu la sua passione per la musica, che lo portò a scrivere un’opera sugli strumenti tradizionali (ancora oggi opera di riferimento per gli studi di settore) e un’opera intitolata al-Musiqi al-Kabir, ispirata agli studi di Pitagora sulle armonie delle sfere.
Dal punto di vista filosofico fu fortemente influenzato anche dal neoplatonismo antico, e il suo più grande sforzo fu quello di provare la concordia tra i due grandi maestri dell’antichità, Platone e Aristotele (sebbene ciò sia stato possibile grazie alla “neoplatonizzazione” di Aristotele) e, più in generale, di conciliare la religione con la filosofia.
Egli mostrò inoltre un notevole interesse per la scienza politica, e dunque non sorprende che la sua opera più rappresentativa sia la Città Virtuosa (ed. it. a cura di Massimo Campanini, edita da Rizzoli), uno dei pochissimi libri della filosofia islamica ispirati alla Repubblica di Platone e modellati su di essa, sebbene, nella sostanza, non sia interamente platonico. In questa opera egli delinea l’ordine politico ideale in cui la politica viene proiettata in una dimensione metafisica e l’ordine civile riflette l’ordine del cosmo. Specificatamente, riguardo al suo pensiero politico, egli riteneva la società composta dalla classe comune e dalla èlite (i sapienti). La prima è costituita da coloro che costringono se stessi, o sono condotti a costringere se stessi nella conoscenza teoretica, entro i limiti di ciò che esige colui che dà l’intonazione-guida al popolo. Tra l’èlite, infatti, emerge la funzione di un “iniziatore” o imam della comunità, come contrapposto al consenso generale (ijma) della massa, una visione, questa, alquanto originale dal punto di vista filosofico. Attualissima è poi la sua visione del popolo che deve essere istruito con “metodi di persuasione e d’immaginazione”.
In breve, le sue idee in filosofia si fondano su tre temi principali:
- Distinzione logica e filosofica tra essenza (o quiddità) ed esistenza, che verrà poi ripresa e approfondita da Ibn Sina, Suhrawardi e Molla Sadra. Al-Farabi aderì alla scuola del “primato dell’esistenza”, e abbozzò nelle sue opere la distinzione, che diverrà pietra miliare della filosofia islamica, tra necessario e contingente (o possibile).
- Teoria dell’emanazione degli intelletti dall’Intelletto Primordiale, da cui discendono tutte le cose; la sua proposizione dell’intelletto agente (aql-i fa’al) e dell’intelletto potenziale (aql-i bil quwwah), così come la suddivisione dell’intelletto umano in teoretico e pratico, testimoniano il suo contributo alla sviluppo dell’epistemologia.
- Teoria della profezia (che coincide essenzialmente con quella della Shi’ah), che costituisce il cuore delle opere di al-Farabi e in cui si ritrovano chiare influenza platoniche; in essa al-Farabi sottolinea come la scienza politica sia indissolubilmente legata alla profezia, oltre che influenzata dalla psicologia e dalla cosmologia.
Al-Farabi servì il principe sciita Sayf al-Dawla ‘Alì b. Hamdani e fece un viaggio in Egitto dopo il trionfo dei fatimidi. Dal punto di vista socio-politico è ormai da tutti accettata la sua fede sciita, anche se dal punto di vista ideologico e dottrinale il suo pensiero presenta delle sfumature ancora più “razionaliste” rispetto alla dottrina ortodossa dello sciismo duodecimano della scuola usuli, la scuola di pensiero razionale largamente maggioritaria nello sciismo. A ogni modo al-Farabi è considerato unanimemente un pilastro della filosofia islamica (e sciita in particolare). Tra l'altro, a suo tempo l'imam Khomeini ne suggerì la lettura al premier sovietico Gorbaciov.
Singolare fu la sua passione per la musica, che lo portò a scrivere un’opera sugli strumenti tradizionali (ancora oggi opera di riferimento per gli studi di settore) e un’opera intitolata al-Musiqi al-Kabir, ispirata agli studi di Pitagora sulle armonie delle sfere.
Dal punto di vista filosofico fu fortemente influenzato anche dal neoplatonismo antico, e il suo più grande sforzo fu quello di provare la concordia tra i due grandi maestri dell’antichità, Platone e Aristotele (sebbene ciò sia stato possibile grazie alla “neoplatonizzazione” di Aristotele) e, più in generale, di conciliare la religione con la filosofia.
Egli mostrò inoltre un notevole interesse per la scienza politica, e dunque non sorprende che la sua opera più rappresentativa sia la Città Virtuosa (ed. it. a cura di Massimo Campanini, edita da Rizzoli), uno dei pochissimi libri della filosofia islamica ispirati alla Repubblica di Platone e modellati su di essa, sebbene, nella sostanza, non sia interamente platonico. In questa opera egli delinea l’ordine politico ideale in cui la politica viene proiettata in una dimensione metafisica e l’ordine civile riflette l’ordine del cosmo. Specificatamente, riguardo al suo pensiero politico, egli riteneva la società composta dalla classe comune e dalla èlite (i sapienti). La prima è costituita da coloro che costringono se stessi, o sono condotti a costringere se stessi nella conoscenza teoretica, entro i limiti di ciò che esige colui che dà l’intonazione-guida al popolo. Tra l’èlite, infatti, emerge la funzione di un “iniziatore” o imam della comunità, come contrapposto al consenso generale (ijma) della massa, una visione, questa, alquanto originale dal punto di vista filosofico. Attualissima è poi la sua visione del popolo che deve essere istruito con “metodi di persuasione e d’immaginazione”.
In breve, le sue idee in filosofia si fondano su tre temi principali:
- Distinzione logica e filosofica tra essenza (o quiddità) ed esistenza, che verrà poi ripresa e approfondita da Ibn Sina, Suhrawardi e Molla Sadra. Al-Farabi aderì alla scuola del “primato dell’esistenza”, e abbozzò nelle sue opere la distinzione, che diverrà pietra miliare della filosofia islamica, tra necessario e contingente (o possibile).
- Teoria dell’emanazione degli intelletti dall’Intelletto Primordiale, da cui discendono tutte le cose; la sua proposizione dell’intelletto agente (aql-i fa’al) e dell’intelletto potenziale (aql-i bil quwwah), così come la suddivisione dell’intelletto umano in teoretico e pratico, testimoniano il suo contributo alla sviluppo dell’epistemologia.
- Teoria della profezia (che coincide essenzialmente con quella della Shi’ah), che costituisce il cuore delle opere di al-Farabi e in cui si ritrovano chiare influenza platoniche; in essa al-Farabi sottolinea come la scienza politica sia indissolubilmente legata alla profezia, oltre che influenzata dalla psicologia e dalla cosmologia.
Al-Farabi servì il principe sciita Sayf al-Dawla ‘Alì b. Hamdani e fece un viaggio in Egitto dopo il trionfo dei fatimidi. Dal punto di vista socio-politico è ormai da tutti accettata la sua fede sciita, anche se dal punto di vista ideologico e dottrinale il suo pensiero presenta delle sfumature ancora più “razionaliste” rispetto alla dottrina ortodossa dello sciismo duodecimano della scuola usuli, la scuola di pensiero razionale largamente maggioritaria nello sciismo. A ogni modo al-Farabi è considerato unanimemente un pilastro della filosofia islamica (e sciita in particolare). Tra l'altro, a suo tempo l'imam Khomeini ne suggerì la lettura al premier sovietico Gorbaciov.
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