La filosofia islamica sorse in un ambiente storico, culturale e religioso nel quale erano presenti culture e popoli molto diversi tra loro e con religioni differenti, ma tutte in qualche modo ormai inesorabilmente contaminate dalla cultura greca, in particolare dalla sapienza ellenica. Molto prima della conquista araba dei territori che attualmente compongono la Siria, il Libano e la Palestina è accertata una tradizione secolare di studi, tanto da formare una vera e propria scuola, che si distinse nella traduzione dal greco al siriano di opere riguardanti sia argomenti sacri che profani. Da sottolineare la circolazione in siriano di opere dossografiche filosofiche su vari autori (Pitagora, Platone, Aristotele, ecc.), risalenti a fonti sia pagane che cristiane.
Dunque anche per quanto riguarda il mondo islamico, non si può prescindere dal considerare in che modo la cultura e la filosofia greca influenzarono la nascita e lo sviluppo del pensiero islamico. A tal fine, dobbiamo partire dalle traduzioni, precisando che comunque gli autori musulmani che nel corso dei decenni vennero a contatto con tali opere e i loro esponenti erano ben consapevoli del fatto che si trattava di scienze che avevano un’origine non coranica (da cui una bipartizione delle discipline in scientifiche e coraniche o tradizionali).
Le prime traduzioni dal greco in siriaco e in arabo e dal siriaco in arabo iniziarono sotto il califfato di al-Mansur (r. 754-75), e proseguirono sino alla seconda metà del X secolo. Fra i primi traduttori ci fu Ibn al-Muqaffa’ (m. 756), segretario dello stesso al-Mansur, autore di traduzioni dal persiano di opere scientifiche e religiose ma anche letterarie.
Quando pochi anni dopo il califfo abbaside al-Ma’mun (813-833) fece proprie le tesi fondamentali del mutazilismo, ingaggiò una campagna persecutoria contro le autorità religiose tradizionali a questo avverse. Nello stesso periodo però, dominato dalla competizione fra modelli culturali alternativi, si sviluppò un vasto movimento di traduzione dal greco in arabo di opere sia scientifiche che filosofiche, il cui principale promotore fu Abu Yusuf ibn Ishaq al-Kindi (m. 870 ca.), considerato il primo faylasuf, e il cui progetto era difendere le scienze razionali dimostrandone la coerenza con la fede. La legittimazione delle scienze degli antichi deve essere accompagnata cioè dall’adattamento di queste ultime alla tradizione religiosa prettamente islamica.
Innanzitutto a lui (ed alla sua cerchia) si deve la più antica traduzione araba (letterale e senza nessuna alterazione dell’ordine interno del testo) della Metafisica di Aristotele, giunta sino a noi grazie ad Averroè, che se ne servì per il proprio Commento Grande. La conoscenza di tale opera fu di importanza capitale per il successivo sviluppo del pensiero islamico, poiché, fu ripetutamente utilizzata e commentata da al-Farabi, da Avicenna, da Averroè e da autori anche più tardi. Essa fu vista come l’opera in cui Aristotele aveva condotto la ricerca delle cause di tutto ciò che è, raggiungendo (da greco e da pagano) la stessa conclusione dei credenti circa l’esistenza di un’unica Causa Prima dell’universo.
Un’altra importante traduzione effettuata dal circolo di al-Kindi sotto il califfato di al-Mu’tasim (r. 833-842) fu la versione parafrasata delle Enneadi (IV-VI) di Plotino, che divenne conosciuta nel mondo islamico come la Teologia di Aristotele (sebbene il titolo completo sia Libro di Aristotele il filosofo, detto in greco ‘Teologia’, ossia Discorso sulla sovranità divina). Infatti tale versione è presentata come il complemento teologico della trattazione delle cause svolta da Aristotele nella Metafisica. I trattati in questione sono stati però suddivisi andando a costituire un’unità letteraria nuova, adattandone la terminologia al fine di farla coincidere per quanto possibile con il principio islamico dell’Unicità divina, oltre che con la dottrina aristotelica del Principio Primo. Uno dei motivi conduttori dell’aristotelismo arabo è infatti proprio quello del Motore Immobile, identificato con l’Uno-Bene della tradizione neoplatonica.
E sempre ad Aristotele venne attribuito un altro importante testo neoplatonico, ossia il Libro di Aristotele sull’esposizione del Bene Puro, anche noto come Liber de causis, e basato sulla traduzione araba degli Elementi di Teologia di Proclo. Tale traduzione è però caratterizzata da una interpretazione creazionista e aristotelizzante di Plotino, così come è avvenuto per la pseudo-Teologia di Aristotele.
Nel Fihrist è poi menzionato un compendio del De anima appartenente anch’esso al gruppo delle traduzioni del circolo di al-Kindi, e con esso la dottrina aristotelica sull’anima fece così il suo ingresso nel mondo di lingua araba già accompagnata dall’interpretazione neoplatonica. Sempre nel Fihrist si afferma che lo stesso Ibn al-Bitriq tradusse il Timeo (traduzione però andata perduta), il De caelo, i Meteorologica, il De generatione animalium e il De partibus animalium, per cui la cosmologia di Aristotele entra a far parte del bagaglio concettuale dei musulmani colti.
Altrettanto importanti sono le opere dossografiche che resero noti ai sapienti musulmani gli inizi e la storia del pensiero filosofico greco. Al cristiano melchita Qusta ibn Luqa (820-912), che a Baghdad conoscerà al-Kindi, si deve la traduzione in arabo dei Placita Philosophorum, con il titolo di Libro di Plutarco sulle opinioni sulla natura espresse dai dotti, che rappresenta per i musulmani dotti la fonte principale sia della filosofia presocratica che del pensiero stoico. Tale opera, una raccolta di opinioni ‘fisiche’ sul cosmo e i suoi principi, dà inizio a una tradizione dossografica specificatamente araba che trova in al-Shahrastani (m.1153), e in al-Shahrazuri (XIII secolo), suo discepolo e biografo, due degli esponenti più rappresentativi.
Un’altra dossografia prodotta nel contesto del circolo di al-Kindi che va ricordata è il Libro di Ammonio sulle opinioni dei filosofi, in realtà opera di Ippolito di Roma (m. 235) intitolata Confutazione di tutte le eresie. Fine di tale testo è utilizzare le opinioni degli antichi per dimostrare come anche questi avessero intravisto la verità della creazione ex nihilo ed elaborato argomenti validi contro il dualismo.
Proprio al Libro di Ammonio sulle opinioni dei filosofi risalgono le dottrine neoplatoniche attribuite ad Empedocle nelle opere dossografiche come il Kitab al-milal wa-l-nihal di al-Shahrastani.
Riguardo invece a Pitagora, la Vita di Pitagora di Porfirio circolò nel mondo islamico, ove i sapienti vi ritrovarono sia l’istruzione ‘divina’ di Pitagora che la ripresa delle dottrine pitagoriche di parte di Platone, Aristotele e dei loro successori. I Versi d’oro furono tradotti, così come fu tradotto il relativo commento attribuito a Giamblico. Vi è anche un commento attribuito a Proclo sia dal manoscritto arabo che lo conserva che dal Fihrist, ma tale commento è ignoto nella tradizione greca.
Grazie a quest’ultimi ed ai traduttori ad essi associati, di poco posteriori rispetto all’epoca di al-Kindi, nel periodo compreso tra la seconda metà del IX secolo e i primi decenni del X il corpus aristotelico fu reso disponibile per intero al mondo islamico. Il Fihrist attribuisce ad Hunayn ibn Ishaq anche la traduzione delle Leggi e del Timeo, oltre ad un’opera esegetica sulla Repubblica, mentre al figlio è attribuita la traduzione del Sofista completa del commento di Olimpiodoro. Nessuna di queste traduzioni è stata ritrovata, mentre lo è stata la maggior parte delle traduzioni di opere aristoteliche attribuite ad Hunayn ibn Ishaq e ai suoi collaboratori. Di sfuggita segnaliamo un altro gruppo di traduttori è legato alla scuola dei Sabei di Harran, un gruppo neoplatonico e neopitagorizzante che mescolava tali dottrine, le proprie conoscenza astronomiche e matematiche con l’astrologia caldee.
Riassumendo, si può dire che in circa un secolo (dalla metà del IX alla metà del X) si concentra la maggior parte delle traduzioni grazie alle quali prenderanno forma i contenuti dottrinali della falsafa.
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