Col Nome di Dio
Il filosofo tedesco Nietzsche a suo tempo intese il venir meno dei valori tradizionali come “morte di Dio”, filo conduttore per interpretare l’involuzione della storia occidentale nel senso di una decadenza (nel 1888 scriveva che “passo dopo passo più oltre nella decadenza, questa è la mia definizione di progresso”). Egli interpretò questo processo storico in termini di ‘nichilismo’.
Ma che cos’è il nichilismo? È quella mancanza di senso che subentra quando si ignorano le risposte, che vanno ricercate nella Rivelazione divina, al “perché” della vita e dell’esistenza. Anche il filosofo Sartre, ne L’essere e il nulla (1943), evidenziava il fatto che, una volta che si nega Dio, la libertà dell’esistere umano implica una ‘nientificazione’ che priva l’essere umano di qualsiasi riferimento esterno, costringendolo a ripiegarsi su se stesso, a essere la propria libertà e il propria nulla interiore.
Il filosofo Franco Volpi utilizza una immagine efficace per descrivere la situazione di incertezza e precarietà dell’uomo contemporaneo che ha voltato le spalle a Dio: “La sua condizione è simile a quella di un viandante che per lungo tempo ha camminato su una superficie ghiacciata, ma che con i disgelo avverte che la banchisa si mette in movimento e va spezzandosi in mille lastroni.” (F. Volpi, Il nichilismo, p.3).
È l’intera mentalità moderna a ridursi in definitiva a puro e semplice nichilismo, ad una intrinseca mancanza di principi e di prospettive spirituali, eterne ed atemporali, che viene nascosta dietro una artificiosa ‘realtà di sogno’ contro natura che investe tutti gli ambiti, da quello scientifico a quello politico, da quello economico a quello culturale.
Nel nichilismo l’uomo ha smarrito il senso dell’essere, si è rifugiato tra gli enti materiali o immaginari per stabilirvi la propria dimora, senza però trovarvi la sua felicità. L’Occidente, terra dell’oblio dell’essere e di Dio, rappresenta oggi un tipo di civiltà antireligiosa, antispirituale, che vive di illusioni, ma che possiede purtroppo il devastante potere d’attrazione del vuoto. La società occidentale è, come dice il nome stesso, ‘serale’, ossia avviata al ‘tramonto’, ad una ‘fine’. Lo spettacolo moralmente e spiritualmente desolante offerto oggi dall’Occidente è frutto della graduale e accelerata involuzione che si è verificata nel corso dell’ultimo millennio. La fiducia che l’Occidente aveva riposto nell’uomo e nel suo progressivo dominio sugli enti di natura, divenuti oggi meri materiali della tecnica, sta svanendo. L’Occidente e l’uomo che lo incarna non ha, in sostanza, nessun fine da raggiungere, alcuno scopo da realizzare o senso da compiere.
Lo stato psicologico di fondo di tale tipo d’uomo sembra essere la noia.
Ma che cos’è il nichilismo? È quella mancanza di senso che subentra quando si ignorano le risposte, che vanno ricercate nella Rivelazione divina, al “perché” della vita e dell’esistenza. Anche il filosofo Sartre, ne L’essere e il nulla (1943), evidenziava il fatto che, una volta che si nega Dio, la libertà dell’esistere umano implica una ‘nientificazione’ che priva l’essere umano di qualsiasi riferimento esterno, costringendolo a ripiegarsi su se stesso, a essere la propria libertà e il propria nulla interiore.
Il filosofo Franco Volpi utilizza una immagine efficace per descrivere la situazione di incertezza e precarietà dell’uomo contemporaneo che ha voltato le spalle a Dio: “La sua condizione è simile a quella di un viandante che per lungo tempo ha camminato su una superficie ghiacciata, ma che con i disgelo avverte che la banchisa si mette in movimento e va spezzandosi in mille lastroni.” (F. Volpi, Il nichilismo, p.3).
È l’intera mentalità moderna a ridursi in definitiva a puro e semplice nichilismo, ad una intrinseca mancanza di principi e di prospettive spirituali, eterne ed atemporali, che viene nascosta dietro una artificiosa ‘realtà di sogno’ contro natura che investe tutti gli ambiti, da quello scientifico a quello politico, da quello economico a quello culturale.
Nel nichilismo l’uomo ha smarrito il senso dell’essere, si è rifugiato tra gli enti materiali o immaginari per stabilirvi la propria dimora, senza però trovarvi la sua felicità. L’Occidente, terra dell’oblio dell’essere e di Dio, rappresenta oggi un tipo di civiltà antireligiosa, antispirituale, che vive di illusioni, ma che possiede purtroppo il devastante potere d’attrazione del vuoto. La società occidentale è, come dice il nome stesso, ‘serale’, ossia avviata al ‘tramonto’, ad una ‘fine’. Lo spettacolo moralmente e spiritualmente desolante offerto oggi dall’Occidente è frutto della graduale e accelerata involuzione che si è verificata nel corso dell’ultimo millennio. La fiducia che l’Occidente aveva riposto nell’uomo e nel suo progressivo dominio sugli enti di natura, divenuti oggi meri materiali della tecnica, sta svanendo. L’Occidente e l’uomo che lo incarna non ha, in sostanza, nessun fine da raggiungere, alcuno scopo da realizzare o senso da compiere.
Lo stato psicologico di fondo di tale tipo d’uomo sembra essere la noia.
Il filosofo tedesco Heidegger (in Gesamtausgabe, Bd. 29/30, Die Grundbregriffe der Metphysik, pp. 140 ss.) distinse tre tipi di noia:
1) il venire annoiato da qualcosa (descritta nell’esempio di una lunga attesa di un treno in una stazione);
2) l’annoiarsi in una situazione (analizzata con riferimento all’esempio del trovarsi insieme per un invito a cena);
3) l’avvertirsi preso dalla noia in quanto un ‘indifferente nessuno’ (ove l’essere annoiato non è riferibile né a un qualcosa di definito, come l’attesa del treno, né ad una determinata situazione nel suo insieme, come può essere l’invito a cena). Questa ultima forma di noia (che risulta tanto più profonda quanto più indeterminato è ciò che annoia) è la più intensa, poiché ciò che annoia non è riferibile né a un elemento individuato, né a una situazione, ma soggiace a tutta l’esistenza del singolo, alla qualità delle sue relazioni con l’esterno e fa da sfondo all’intero assetto sociale e politico della nostra era.
In tutti e tre i tipi (caratterizzati da una intensità progressiva) di noia l’uomo è impegnato ad “ingannare il tempo”, ossia a fuggire da se stesso. Vinti, affascinati o soggiogati dall’istinto materiale, ci si aggrappa alla Terra come fosse l’inizio e la fine di tutto, un semplice astro luogo di contingenti autoriflessioni.
Come uscire da questa situazione di oblio?
La rivoluzione è e deve essere innanzitutto interiore, d’ordine metafisico e spirituale. Si tratta di operare una rottura di livello, cercando di rimettersi in connessione con ordini di realtà quasi del tutto obliati, che possono dar forma e ragion d’essere alla nostra esistenza empirica.
Di fronte all’evento ineludibile della morte, nel breve tempo che ci è concesso vivere non ci resta che anticipare la nostra morte, prepararci ad essa e all’incontro con il Creatore. Noi siamo di passaggio, siamo mortali, provvisori, eppure ci rendiamo conto di essere in qualche modo speciali. Se solo ci lasciassimo guidare dal nostro istinto spirituale, ci renderemmo conto che la nostra natura speciale fa sì che il nostro sguardo si rivolga in maniera naturale dalla Terra verso il Cielo. Vedremmo allora la Terra come un luogo di passaggio, da cui partire verso altri lidi, verso altri orizzonti dello Spirito.
1) il venire annoiato da qualcosa (descritta nell’esempio di una lunga attesa di un treno in una stazione);
2) l’annoiarsi in una situazione (analizzata con riferimento all’esempio del trovarsi insieme per un invito a cena);
3) l’avvertirsi preso dalla noia in quanto un ‘indifferente nessuno’ (ove l’essere annoiato non è riferibile né a un qualcosa di definito, come l’attesa del treno, né ad una determinata situazione nel suo insieme, come può essere l’invito a cena). Questa ultima forma di noia (che risulta tanto più profonda quanto più indeterminato è ciò che annoia) è la più intensa, poiché ciò che annoia non è riferibile né a un elemento individuato, né a una situazione, ma soggiace a tutta l’esistenza del singolo, alla qualità delle sue relazioni con l’esterno e fa da sfondo all’intero assetto sociale e politico della nostra era.
In tutti e tre i tipi (caratterizzati da una intensità progressiva) di noia l’uomo è impegnato ad “ingannare il tempo”, ossia a fuggire da se stesso. Vinti, affascinati o soggiogati dall’istinto materiale, ci si aggrappa alla Terra come fosse l’inizio e la fine di tutto, un semplice astro luogo di contingenti autoriflessioni.
Come uscire da questa situazione di oblio?
La rivoluzione è e deve essere innanzitutto interiore, d’ordine metafisico e spirituale. Si tratta di operare una rottura di livello, cercando di rimettersi in connessione con ordini di realtà quasi del tutto obliati, che possono dar forma e ragion d’essere alla nostra esistenza empirica.
Di fronte all’evento ineludibile della morte, nel breve tempo che ci è concesso vivere non ci resta che anticipare la nostra morte, prepararci ad essa e all’incontro con il Creatore. Noi siamo di passaggio, siamo mortali, provvisori, eppure ci rendiamo conto di essere in qualche modo speciali. Se solo ci lasciassimo guidare dal nostro istinto spirituale, ci renderemmo conto che la nostra natura speciale fa sì che il nostro sguardo si rivolga in maniera naturale dalla Terra verso il Cielo. Vedremmo allora la Terra come un luogo di passaggio, da cui partire verso altri lidi, verso altri orizzonti dello Spirito.
Nessun commento:
Posta un commento