Dal punto di vista politico, possiamo affermare che la base ideologico-politica del mondo occidentale moderno sia il liberalismo, termine che possiamo riferire ad ogni dottrina che assuma la difesa e la realizzazione della libertà politica e dello Stato laico, sganciato da qualsivoglia autorità spirituale o Legge divina. La storia dell’Occidente è stata la storia del processo di laicizzazione e desacralizzazione del mondo, ossia nella negazione di ogni autorità religiosa nel campo politico e civile. Si possono distinguere un liberalismo individualistico (quello oggi predominante) e un liberalismo statalista, di cui il fascismo, il nazismo e soprattutto il comunismo furono estrema manifestazione.[1]
Ora, una volta negate le leggi di Dio, segue necessariamente uno stato di natura “solitario, povero, disgustoso, bestiale e breve”, come lo definì il filosofo inglese Thomas Hobbes, uno stato a cui si vuol porre rimedio con la ragione e la volontà, che saranno però comunque incapaci di verità, in quanto lo stesso sistema pretende di ‘creare’ verità attraverso il suo potere.
Tale sistema vorrebbe essere legittimato attraverso la protezione che assicura ai suoi cittadini, ma la sua rappresentatività sarà praticamente nulla, perché la persona tende a scomparire nella massa e non può conferire un potere che in sostanza non ha. Il liberalismo prende in considerazione la sola dimensione materiale dell’ esistenza dell’uomo, per cui attraverso l’applicazione della ragione al problema del mero soddisfacimento dei desideri materiali, gli uomini si possono arricchire indefinitamente. In questo modo però quelli che si adoperano per annientare la religione e non vedono altro che il diritto laico finiscono per negare la parte fondamentale di loro stessi, la più intima essenza dell’uomo.
In realtà ogni legge dovrebbe affermarsi in principi divini e tenere come faro di orientamento la realtà soprannaturale, poiché solo così sarà in grado di assolvere alla sua funzione ordinatrice. Solo un’autorità poggiante su un principio trascendente e orientata verso il divino merita la sottomissione dell’uomo, che invece mai deve sottomettersi al suo contrario, ossia alla violenza e alla tirannia. E’ utile notare che il termine ‘tiranno’ nell’antica Grecia non designasse, come comunemente si crede, chi esercitasse un potere crudele, dittatoriale e impopolare, ma più in generale il capo politico la cui autorità fosse priva di un vincolo con la realtà trascendente e si basasse meramente sulle forze di individuo o di massa. [2]
L’impresa razionalistica di edificare un ordine statale non è altro che un’azione oppressiva che si basa sul nulla, sul vuoto da cui ha origine, un vuoto pieno di solitudine e desolazione che accompagnano inevitabilmente l’uomo che volta le spalle a Dio e alle Sue Leggi. Nello Stato laico l’uomo si sostituisce come legislatore a Dio, e diventa quindi dio per l’altro uomo.
Questo Stato pretende di essere un ‘patto’ stipulato da uomini, ma il contrattualismo che ne deriva considera lo Stato come frutto di una semplice convenzione fra individui, che in pratica si risolve nel fatto che determinati uomini vogliono, sulla base di un ordinamento fatto ancora da uomini, dominare altri uomini. Il nocciolo della questione è che, alla fine, vi sono solo gruppi di uomini che in nome del ‘diritto’, dell’’umanità’, dell’’ordine’ o della pace o di qualsivoglia altra elucrubazione demagogica, combattono contro altri gruppi di uomini.[3]
Tale liberalismo laico e profano si basa sul giusnaturalismo, che consiste nel riconoscere all’individuo diritti originari ed inalienabili, considerando il diritto naturale non come la partecipazione dell’uomo a un ordine universale che proviene da Dio, quale può essere la Legge divina, ma come la regolamentazione necessaria nei rapporti umani che l’uomo scopre tramite la ragione e che è pertanto indipendente dallo stesso volere di Dio.
In ambito economico il liberalismo individualistico si esprime nel liberismo, che tende a limitare l’intervento dello Stato nelle faccende economiche, poiché considera l’economia autoregolativa rispetto all’interesse comune. Il liberalismo individualista tende quindi a negare l’ assolutismo statale e a ridurre l’azione dello Stato in limiti definiti mediante la divisione dei poteri. Tale forma di liberalismo è quello che è alla base delle democrazie capitalistiche occidentali.
Il liberalismo statalista, invece, come già comincia a delinearsi nel Contratto Sociale (1762) del filosofo e scrittore francese Jean-Jacques Rousseau, tende a considerare i diritti riconosciuti agli individui appartenenti solo al cittadino, per cui solo nello Stato l’uomo è effettivamente libero. L’infallibilità della ’volontà generale’ pone poi la coincidenza tra l’ interesse statale e l’interesse singolo.
Il culmine di questa riconosciuta superiorità dello Stato si ha con la dottrina del filosofo tedesco Georg W. F. Hegel, e l’idealismo post-hegeliano insisterà sul carattere ‘divino’ dello Stato, come si attuerà ad esempio nella ‘religione laica’ fascista o nello statalismo sovietico, basata appunto sul culto dello Stato, delle sue guide e delle sue istituzioni. Di questa stessa forma di liberalismo è da considerarsi una manifestazione lo stesso comunismo marxista, che trovava nel liberalismo individualista il limite di essere un regime realizzato a difesa di una sola classe di cittadini, la borghesia.
Il liberalismo, dunque, nega qualsiasi valore alla conoscenza metafisica e di conseguenza anche a qualsivoglia autorità spirituale. Il suo trionfo in Occidente ha portato come conseguenza che invece di considerare l’intero ordine sociale come procedente e dipendente dalla religione e dalla Legge di Dio, in quanto imperniato su di esse e avente in esse il suo principio (così come avveniva nella ‘cristianità’ medioevale e come avviene nell’Islam), oggi non si vuol vedere nella religione solo uno degli elementi dell’ ordine sociale, un elemento fra tutti gli altri e sullo stesso livello degli altri. Lo spirituale viene cioè asservito al temporale, o addirittura viene assorbito da quest’ultimo. Ciò non può che portare, primo o poi, alla completa negazione della spiritualità, o quantomeno a “umanizzare” la religione, a trattarla come un fatto meramente umano, naturale, sociale (o sociologico) o psicologico, se non addirittura psichiatrico. Tutto ciò è ovviamente ridicolo, in quanto la religione comportà in sé qualcosa di “sovrumano”.[4]
Nei secoli XVIII e XIX, con lo sviluppo della dottrina liberale, il compito della missione "cristiana" si trasformò quindi in quello di diffondere la "superiore" civiltà europea, progredita e laicizzata, fra i popoli ‘non civilizzati’. Nacque così un diritto internazionale che contrapponeva i popoli civilizzati, che costituivano una sorta di ‘famiglia delle nazioni’, al resto del mondo. Il loro diritto internazionale, che prima si fondava sulla distinzione fra popoli cristiani e non cristiani, più tardi distinguerà fra popoli civilizzati e popoli non civilizzati, per cui un popolo che non fosse “civilizzato” in questo senso non poteva essere membro della comunità giuridica internazionale, divenendo “oggetto” di tale diritto, ossia in altre parole apparteneva come colonia o protettorato ai uno dei popoli civilizzati.[5]
I popoli o i territori che non sono in grado insomma di dotarsi di una organizzazione interna tipica degli Stati moderni occidentali vengono classificati come "non civilizzati", poiché non sarebbero capaci di governarsi da sé. Questi divengono così delle colonie, dei protettorati, oggetti di "tutela" e di dominio da parte delle potenze occidentali.[6] Il diritto coloniale delle potenze europee conservò quindi presenze significative di una concezione razzista della storia e dell’uomo.
Le relazioni dei viaggiatori, dei mercanti, dei missionari e degli emissari ribadivano infatti che mentre gli europei progrediscono nella conoscenza, l’Oriente era ormai atrofizzato, decadente e superstizioso, per cui portare la fiaccola della civiltà, della ragione e dell’interpretazione scientifica, era diventata la nuova missione. Così la schiavitù, scomparsa in Occidente dall’epoca romana, è riapparsa con la riscoperta del Nuovo Mondo, con l’affermarsi della classe mercantile ed imprenditoriale e la Rivoluzione industriale. Le idee di civiltà (nel senso volteriano) e di progresso (inteso in senso meramente materiale e di emancipazione dall’oscurantismo religioso), credute da molti universali e necessarie, sono in realtà nate proprio nel Settecento, quindi di recentissima invenzione. Gli ‘ immortali principi’ vengono da allora utilizzati per un'azione e una lotta contro ogni principio di spiritualità.
Le numerose scoperte scientifiche, il sensazionale sviluppo delle industrie e l’estensione del commercio a tutto il pianeta, l’incremento della prosperità e del benessere crearono in Occidente una specie di entusiasmo, quasi di profetismo, per cui il concetto di progresso materiale indefinito convinse molti occidentali di essere entrati in una nuova èra quella della civiltà assoluta. E senza questa idea di progresso verso un’età di benessere meramente terreno non vi sarebbe stata, in campo politico, né la rivoluzione americana, né quella francese né quella russa, perni interno ai quali si è sviluppata la storia degli ultimi tre secoli.
[1] A questo proposito lo storico Talmon definisce la prima corrente ‘democrazia liberale’, antagonista della ‘democrazia totalitaria’ propria di comunismo, nazismo e fascismo, che si sarebbe sviluppata attraverso il XIX e il XX secolo. (Cfr. J. L. Talmon, Le origini della democrazia totalitaria, trad. it., Bologna 1967).
[2] Cfr. A. Medrano, Islam ed Europa, pp.51-52.
[3] Cfr. C. Schmitt, Le categorie del politico, p.153.
[4] Cfr. R. Guènon, Autorità spirituale e potere temporale, pp.60-61.
[5] Cfr. C. Schmitt, Terra e mare, p.75.
[6] Cfr.C. Schmitt, Scritti su Thomas Hobbes, p.97.
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martedì 23 luglio 2013
Il liberalismo
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