Dopo il primo, durissimo, colpo all’unità dei cristiani inflitto dallo scisma d’Oriente, la Riforma protestante rappresentò la definitiva liquidazione della struttura politica culturale e religiosa del Medioevo. Ad essa si collegarono certamente anche motivazioni e sollecitazioni di carattere politico ed economico, ma qui è il suo carattere religioso che ci interessa approfondire.
Dal punto di vista religioso, da ascrivere a favore della Chiesa cattolica vi fu certamente la difesa del principio dell’autorità, il carattere di extranaturalità e di superrazionalità della Rivelazione divina, di fronte all’ imperante rivolta individualistica. Questo sforzo della Chiesa non ha però avuto successo. Essa opponeva alle forze che stavano emergendo un cristianesimo manipolato e ormai sulla via del tramonto, proprio mentre non deponeva a sua favore la vita non edificante e spesso immorale del clero. Infatti questo clima non poteva non provocare una reazione, che doveva spezzare l’unità dei cristiani occidentali, oltre a costituire una ulteriore caduta rispetto alla più alta spiritualità cristiana espressa nel Medioevo.
Martin Lutero (1483-1546), frate agostiniano tedesco, era un uomo portato a chiudersi in stati d’animo ed emozioni particolarmente intense, a causa di una natura tumultuosa e poco equilibrata, che spesso gli impediva una visione serena e distaccate delle cose. In effetti l’intero sistema del suo pensiero risulta condizionato dalla sua natura di monaco fallito, un uomo carico di passionalità e di sensualità che spesso non riusciva a controllare. Fu proprio questa sua tumultuosa ricchezza interiore a procurargli quel fascino che esercitò su chiunque lo avvicinasse.
Una notevole influenza su di lui ebbe la teologia di Guglielmo di Ockham, che, negando ogni rapporto fra la natura e Dio, proclamava di conseguenza un netto distacco fra ragione e fede, uomo e Dio, facendo dell’uomo stesso una creatura incapace di fare alcunché di valido per la salvezza eterna. Era la negazione, in pratica, del libero arbitrio. La fondamentale impotenza dell’uomo di giungere da solo alla salvezza, riduceva così l’umanità ad una massa maledetta condannata a compiere inevitabilmente il male. L’uomo, secondo tale veduta, a causa del peccato originale non può volere che il male, pertanto le sue opere e le sue azioni non possono procurargli la liberazione dal peccato e la conseguente possibilità di elevarsi a Dio. Lutero insistette innanzitutto sul principio del ‘libero esame’, secondo il quale la verità sta solo nelle Sacre Scritture e perciò ogni fedele ha il diritto di leggerle direttamente e di intenderle liberamente.
Già fra il Trecento e il Quattrocento, in verità, alcuni intellettuali e filosofi come un Marsilio da Padova e Guglielmo d’Ockham avevano insistito sull’autonomia della coscienza e sulla responsabilità personale delle scelte religiose, vagliate attraverso un confronto diretto e immediato con la Parola Rivelata. La Riforma non fece che esasperare questo soggettivismo e individualismo. I principi di autorità e gerarchia appaiono infatti a Lutero assurdi, per non dire aberranti. Così a chiunque viene lasciato di giudicare i libri sacri attraverso un libero esame individuale, fuori da qualsiasi controllo, come se ogni musulmano potesse allo stesso modo interpretare il Sacro Corano come voglia o a seconda dei propri interessi o delle proprie inclinazioni.
Un altro principio luterano è quello della salvazione per mezzo della sola fede. Si toglieva cioè ogni valore alle pratiche religiose e all’opera dei sacerdoti. Lutero poi rinnega sia il sistema rituale e gerarchico che la più severa ascesi realizzatrice, ossia proprio gli elementi fino ad allora fondanti dell’esperienza religiosa cristiana. I dieci comandamenti, poi, sarebbero stati donati da Dio all'uomo affinché quest’ultimo, riconoscendo la sua sostanziale incapacità a seguirli, si rimettesse a Dio sperando meramente nella sua grazia. Viene quindi abolita la distinzione fra laico e sacerdote e annullato il valore dei riti e dei simboli, predicò inoltre l’assoluta inutilità delle opere, quali la preghiera e l’ elemosina, e delle indulgenze.
La chiesa di Lutero di delineava quindi come una istituzione umana a carattere pratico, destinata a subire trasformazioni e a sottostare al potere politico statale, per cui la fede religiosa ha finito per privatizzarsi. Egli ha subordinato la religione allo Stato, e ciò valeva in sostanza a consegnarla nelle mani di principi del tutto secolarizzati. Questa tendenza porterà successivamente Calvino ad affermare che i sovrani non governano in quanto tali, ma come semplici rappresentanti della comunità.
Dal punto di vista meramente politico Lutero sosteneva che doveva essere Dio, attraverso l’azione delle autorità statali, a punire i malvagi e a portare la giustizia, non i sudditi, ai quali raccomandava sottomissione e pazienza. Egli si rivelò quindi favorevole all’assolutismo dei principi, contrario a tutti i movimenti violenti, e favorevole inoltre ad affidare la riforma religiosa ai principi stessi. Nacque così la chiesa luterana di Stato, che staccò la gestione della vita religiosa da Roma, con tutte le conseguenze politiche ed economiche del caso. Era la fine dell’universalismo religioso e politico dell’età medioevale.
Con il riconoscimento della libertà di coscienza ai luterani e il libero esercizio della loro fede fu la fine dell’unità della Respublica Christianorum.
La Riforma si diffuse in altri paesi europei, tra cui la Svizzera, dove forte era il peso della borghesia cittadina, e dove agì il francese Jean Cauvin, meglio conosciuto come Giovanni Calvino, che aveva una visione più sistematica e razionale della vita rispetto a Lutero, che lo spinse a ricercare un accordo globale fra le diverse tendenze del movimento riformato. Calvino, inoltre, sostenne con maggiore decisione di Lutero la dottrina della predestinazione, secondo la quale Dio decide autonomamente e ab eterno chi salvare e chi condannare, anche se il grado di realizzazione della salvezza o della dannazione dipende dalla libera capacità di ognuno di rispondere alle esigenze divine. Grazie al successo conseguito in campo socio-economico e produttivo, l’uomo poteva dimostrare di essere divenuto oggetto dell’attenzione e della benevolenza di Dio. La dottrina della predestinazione verrà sviluppata da Calvino molto più esaurientemente, e che con i suoi successori diverrà addirittura il centro della dottrina dogmatica, secondo cui il dannato non avrà ragione di dolersi di essere tale più della bestia che non è nata uomo.
Fu proprio il calvinismo a condurre le grandi lotte politiche e culturali nei secoli XVI e XVII nei paesi civili più sviluppati in senso capitalistico, ossia nei Paesi Bassi, in Inghilterra e in Francia. Per Calvino, l’uomo deve accontentarsi di pochi frammenti di verità, essendo tutto il resto circondato dall’oscurità che è vana presunzione indagare. Come per l’eresia wahhabita nell’Islam (creatura del colonialismo anglosassone), così per il protestantesimo, e in particolare per il calvinismo, ogni creatura è separata da Dio da un abisso insuperabile. Ogni creatura merita dinanzi all’Onnipotente solo la morte eterna, e a noi è dato sapere solo che una parte dell’umanità sarà salvata e un’altra dannata.
Il pathos di tale dottrina avrebbe provocato nello stato d’ animo il sentimento di una straordinaria solitudine interiore. Nella cura della sua salute eterna, l’uomo doveva seguire la sua strada in solitudine, verso un destino fisso dall’eternità in poi, un cammino durante il quale nessuno lo poteva aiutare. Lo spirito del capitalismo fu originato dalla trasformazione della mentalità, dell’ etica del concetto di ‘lavoro’ inaugurata proprio con la Riforma. Nell’analisi weberiana per capitalismo si intende l’ organizzazione razionale e pianificata del lavoro allo scopo di guadagno, mentre per spirito del capitalismo l’atteggiamento mentale dell’uomo per cui l’ individuo ritiene addirittura un dovere morale della sua esistenza aumentare il suo capitale.
Nel capitalismo si conferisce, cioè, una valenza etica all’attività volta al raggiungimento del guadagno. Per Weber il motivo fondamentale del capitalismo è il guadagno, ma non considerato più come un mezzo per soddisfare i bisogni materiali, come ogni logica farebbe ipotizzare, ma come scopo stesso della vita dell’uomo. Alla base dello spirito del capitalismo vi è stata dunque una vera e propria rivoluzione causata dal protestantesimo, per cui in questo caso è il sistema economico a manifestarsi come sovrastruttura di una struttura primaria che è la religione.
L’economia capitalistica si impose sulla mentalità pre-capitalistica che consisteva nell’idea che l’uomo è per natura portato non all’accumulo di denaro, ma semplicemente a vivere secondo le sue abitudini e guadagnare, certo, ma quel tanto che a ciò è necessario. Il capitalismo, quindi, costringerebbe l’uomo a vivere una vita contro natura. Il suo spirito, prodotto dell’educazione luterana, concepisce il lavoro come scopo a se stesso, e tale concetto del lavoro come ‘dovere professionale’ fu la base dell’ascesa della borghesia, che alleata con le monarchie assolutistiche, favorì la disintegrazione del feudalesimo. Successivamente, le innumerevoli sette e movimenti protestanti aggraveranno ancora di più la tendenza all’ascesi laica, per Weber l’ essenza stessa dell’ etica protestante, oltre che l’impulso decisivo alla nascita del capitalismo così come oggi lo conosciamo.
Dal punto di vista politico, il riformatore svizzero, a differenza di Lutero, non affidarono l’organizzazione all’autorità costituita, bensì alla stessa comunità dei fedeli. Nella visione calvinista, che sarà anche quella del puritanesimo anglosassone, l’idea religiosa si slega sempre più da ogni interesse trascendente, arrivando a santificare anzi ogni realizzazione terrena fino a dar luogo ad una esaltazione del guadagno. Lo Stato diviene una mera società di ‘liberi’ cittadini, ove l’ elezione divina viene consacrata dal successo, dalla ricchezza e dalla prosperità. L’attuale ‘religiosità’ americana è a tal guisa emblematica.
La Riforma uccise il diritto divino cristiano in quel che costituisce la garanzia costituzionale, la realtà, o almeno la parvenza, di una Legge sacra, che in ambito cristiano in realtà non è mai stata sviluppata pienamente. L’autorità per poggiare su qualcosa di saldo deve rifarsi al diritto divino. Questo non è il diritto dei re o dei papi, ma è il diritto di Dio rivelato attraverso i Profeti. I capi di Stato e le guide religiose non sono che i suoi vicari e gli interpreti della legge. Il governo diritto divino non può essere né arbitrario né assoluto, perché è guidato e limitato dalla Legge rivelata.
In definitiva, possiamo dire che il protestantesimo portò solo distruzione e negazione, fu una delle cause più rilevanti della definitiva distruzione della civiltà cristiana medievale. Agli uomini che vi aderivano, lasciava la mera speranza di essere nella schiera degli di coloro che per grazia erano stati ‘eletti’. La religione degenerò quindi in un vuoto moralismo, che poco si distingue da una certa morale laica cara agli avversari di ogni idea religiosa. Dal punto di vista politico, contribuì al definitivo consolidamento degli Stati nazionali.
Se guardiamo alla Riforma nel suo complesso, non si può non considerarla come uno tra i grandi eventi che determinarono la definitiva frattura tra il medioevo e il mondo moderno, e che contribuirono a gettare le basi sulle quali si costituirà la nuova civiltà occidentale. In pochi anni la Riforma spezzò definitivamente l’unità spirituale dell’Europa, con quasi i tutti i popoli germanici e anglosassoni che si rivoltarono contro Roma, di contro ai popoli latini, che rimasero fedeli, almeno formalmente, alla concezione universale della Chiesa cattolica.
La divisione, ormai irreversibile, tra questi due mondi divenne col passare del tempo sempre più profonda. Quando poi lo spirito protestante si fuse con il laicismo della nuova civiltà rinascimentale, il trionfo dell’individualismo, della libera critica e della libera iniziativa dell’uomo fu assicurato.
Nessun commento:
Posta un commento