mercoledì 24 luglio 2013

L'America e il protestantesimo

Già il filosofo e politico inglese Francis Bacon (1561-1626) aveva vagheggiato, nella sua opera Nuova Atlantide (1627), di un’isola del nord-est dell’Oceano Pacifico (quindi coincidente simbolicamente con il Nord-America), Bensalem (che in ebraico significa “figlio della pace”), che esternamente soleva manifestare l’onoranza delle virtù, la purità dei costumi e l’osservanza della morale, ma che in realtà nascondeva un inquietante segreto. Cuore pulsante dell’isola è infatti la confraternita denominata ‘Casa di Salomone’ o anche ‘collegio dell’Opera dei Sei Giorni’, una sorta di istituto scientifico depositario di tutto lo scibile umano. Nella Casa si persegue la costruzione dell’unica, vera conoscenza possibile, quella scientifica, con la certosina raccolta dei fatti e la loro organizzazione sistematica. Il fine è il dominio del mondo e della natura attraverso la ragione, ossia “la conoscenza delle cause e dei segreti motori delle cose; e l’ampliamento dei confini dell’impero umano, per effettuare tutto il progresso possibile."
Si tratta dell’utopico tentativo di far uscire l’uomo dalla condizione di ignoranza dovuta alla superstizione religiosa (non inganni il fatto che gli abitanti di Bensalem si dichiarino esteriormente cristiani, proprio come gli odierni americani), e prospettargli un luminoso futuro di avvicinamento progressivo ad uno stato quasi ‘divino’, dove la mera ragione domina gli elementi naturali e l’intera esistenza umana. Come scrive il filosofo Karl Lowith, Bacone nella Nuova Atlantide programmò in maniera metodica e sistematica il progresso della scienza al fine del profitto, per il noto motto “sapere è potere”, che può certamente essere interpretato a livelli differenti, ma che in questo caso vuole mettere in evidenza come il sapere dell’uomo vada di pari passo con il dominio sulla natura. In pratica fornisce la chiave per l’interpretazione dello sviluppo del mondo moderno fio a oggi.
Questo utopismo razionalistico fu proprio ai padri fondatori degli Stati Uniti. Ci troviamo quindi di fronte a una variante del fenomeno escatologico e messianico che forma la struttura e il paradigma della coscienza continentale americana, in cui il ‘benessere paradisiaco’ è trasformato nel benessere materiale, e la ‘nuova terra’ risulta essere il continente americano stesso. Questa è la vera ‘religiosità’ americana tanto sbandierata nel mondo.
Dal punto di vista storico, nella corsa all’imperialismo gli inglesi furono gli ultimi a giungere nel continente americano e nel XVI secolo riuscirono a stabilirsi sulle coste dell’America del Nord. A questi primi coloni se ne aggiunsero altri, tra cui un centinaio di puritani, calvinisti radicali, che si definirono in seguito ‘Padri Pellegrini’, e che fuggirono dalle persecuzioni religiose a bordo della storica nave MayFlower (‘Fiore di Maggio’). Una volta giunti sulle coste dell’odierno Massachusetts fondarono la loro colonia, e si impegnarono nel famoso ‘giuramento della Mayflower, ancora oggi ricordato nel ‘Thanksgiving Day’, il ‘Giorno del Ringraziamento’.
Diversi fattori di natura ambientale, sociale, culturale ma soprattutto religiosi determinarono la nascita di una società irrequieta, spavalda e intollerante verso qualsiasi limitazione esterna, sia essa di natura umana o materiale.[1] Questi coloni puritani, calvinisti radicali, della Nuova Inghilterra si consideravano come una sorta di popolo eletto, che vedeva nella conquista del nuovo mondo un sacro esperimento destinato a realizzare in terra i principi del vero ‘cristianesimo’, ossia quello protestante, e che tendeva ad identificare una comunità di credenti con la propria comunità politica intesa come comunità di sangue. “Non dobbiamo temere di giungervi come gente speciale, eletta e indicata dal dito di Dio per il suo possesso” scriveva John Rolfe nel 1617 a proposito dell’atto devoto della fondazione della colonia della Virginia.[2]
Questi pellegrini puritani consideravano gli indigeni come esseri miserabili, delle creature abbiette, dominate dal demonio e totalmente incapaci di rendersi conto dell’enorme risorse e ricchezze di cui erano piene le loro terre.[3] Per i pastori puritani gli indiani erano dunque figli del demonio che andavano combattuti e nel caso utilmente sterminati, per appropriarsi delle loro terre.[4]

[1] M. A. Jones, Storia degli Stati Uniti d’America, p.7.
[2] Lettera di John Rolfe (uno dei fondatori dell’industria del tabacco) a sir Thomas Dale, dall’Ashmole MS, pubbl in Philip L. Barbour, Pocahontas ad Her World, Hougton Mifflin, Boston 1970, app.III, pp.247-252. Entrambi definiscono la purezza, il destino manifesto, la rettitudine e l’innocenza primordiale dei futuri Stati Uniti d’America.
[3] Cfr. Cotton Mather (1702), "Da Magnalia Christi Americana", in G. Ghiozzi, La scoperta dei selvaggi.
[4] Nel 1640 una assemblea del New England approvò una serie molto esplicita di risoluzioni: 1. La Terra è del Signore e Sua è la sua pienezza. Votato. 2. Il Signore può concedere la Terra o sue singole parti al Suo popolo eletto. Votato. 3. Noi siamo il Suo popolo eletto. Votato. (Cit. in Garrett Mattingley, Renaissance Diplomaci, North Carolina University Press, Chapel Hill 1955, p.290).

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