L’essenza individualistica che ha caratterizza il protestantesimo non va disgiunta da un altro aspetto dell’Umanesimo, il razionalismo, che finì per limitare definitivamente l’ orizzonte dell’uomo a se stesso e alla materia che lo circonda.
Cartesio dichiara di essere giunto alla conclusione di dubitare di tutto ciò che non è completamente certo, per giungere, attraverso, il dubbio metodico, ad una certezza assoluta, ossia ad una verità considerata scientifica. Non una Verità rivelata, quindi, ma un’indefinita ricerca dal basso da parte dell’uomo-dio, essendo la certezza formale del ‘cogito ergo sum’ l’unica certezza minima che si trova eliminando tutto ciò che è dubbio.
L’uomo dal culto di Dio comincia a passare al culto di ciò che in lui, come semplice essere umano, ritiene essere la base di ogni suo giudizio, la ragione, facendone la misura di ogni certezza e verità. A partire dalla Rinascenza, questa tendenza si esasperò nell’ Illuminismo e nell’Enciclopedismo, accompagnando inevitabilmente una critica antireligiosa.
Con la caduta della civiltà medievale, che dal punto di vista religioso e spirituale fu l’apice toccato dal mondo occidentale, si assiste all’espandersi delle genti europee in tutto il mondo con le scoperte, le esplorazioni, ma soprattutto le conquiste coloniali. Era mutata per la coscienza collettiva degli uomini l’immagine globale del nostro pianeta, la rappresentazione astronomica dell’universo e la conseguente eliminazione delle tradizionali concezioni antiche e medievali.
Purtroppo pian piano il supremo interesse e la ragione di ogni lotta in Occidente divenne la semplice disputa di brani del territorio europeo: sorse l’ imperialismo, ossia la tendenza degli stati nazionali ad affermarsi militarmente ed economicamente su altre nazioni.
Già nel Cinquecento era emerso il tema essenziale dell’universalità dell’obbligazione politica nei confronti del sovrano da parte di tutti i sudditi, indipendentemente dalla loro fede religiosa (evidentemente di secondaria importanza), distinguendo dunque confessione religiosa e obbedienza al sovrano, con quest’ultima preminente sulla prima. Il re governa senza nessun riferimento ad una realtà trascendente, tranne nella vuota formula del ‘diritto divino’ definito dalla Chiesa cattolica nel Concilio di Trento per le nazioni cattoliche. Quindi i vari Stati tributano un riconoscimento più o meno esteriore all’autorità papale in fatto di mera religione, avendo in cambio un utile per la ragion di stato, quando non si giunge addirittura a subordinare spudoratamente lo spirituale al temporale, come nel caso della Chiesa anglicana e, in seguito, con le varie chiese nazionali controllate dallo Stato. Ciò che succede all’impero quindi è una molteplicità di Stati nazionali, con i rispettivi governanti sempre più insofferenti verso qualsivoglia autorità che non sia il proprio io.
Il distacco tra Dio e l’uomo divenne ben presto incolmabile, e le forze dell’oppressione cominciarono a dilagare sulla terra. Tutti i popoli dell’ Europa centro-occidentale parteciparono, in misura diversa, a quell’ impresa collettiva che fu la scoperta di nuove terre e che condusse in breve tempo al dominio occidentale sul mondo intero.
Le due grandi forze propulsive dell'Occidente moderno sono state (e sono), secondo lo storico svizzero Jacob Burckhardt (1818-1897), l’ avidità di guadagno e la volontà di potenza. Dal Cinquecento in poi possiamo dire che queste forze avanzano irresistibilmente, sviluppandosi dapprima nell’Europa centro-occidentale. Esse abbattono come un uragano le forme medioevali della comunità cristiana, generano nuovi Stati, nuovi eserciti e nuove macchine con cui sottomettere i popoli extraeuropei, ponendoli di fronte alla scelta se accettare la ‘superiore’ civiltà europea e partecipare al nuovo corso dell’umanità o rimanere un mero popolo coloniale. L’Occidente conquistò il mondo non grazie alla forza delle proprie idee, dei propri valori o della propria religione, ma grazie alla superiore capacità di scatenare violenza organizzata. I popoli europei trattarono queste nuove terre e le popolazioni locali al rango di beni senza padrone, soggiogando e saccheggiando facendo appello alla missione di diffondere il cristianesimo. La rovina dei popoli è ovunque opera dell’occidente sedicente cristiano.
Nel Settecento, con il trionfo dell’illuminismo, si esclude definitivamente l’ordine sovrannaturale e rivelato (da cui una camuffata ostilità verso le religioni rivelate) e si impone la credenza nel potere totale dell’uomo di creare e modificare il mondo e la propria morale. Si vuol far credere insomma che non ci sia nessun ordine delle cose stabile e indipendente dall’uomo (quale può essere la Legge Sacra), né tanto meno una Verità universale. La verità non è mai acquisita, e non esiste né in cielo né in terra qualcosa di assoluto, essendo tutto relativo, transitorio e contestabile.
Questo metodo mette in discussione perpetua quello che è stato acquisito, dato che l’uomo è ritenuto incapace di aderire una volta per tutte ad una verità eterna, assoluta, né è capace di scoprirla a patto di avere la volontà di cercarla perpetuamente. Si rifiuta quindi l’esistenza e l’intervento reale di Dio nella vita dell’uomo, si rifiuta cioè l’idea di un Dio personale e provvidenziale, e si va alla ricerca di una pseudo-religione universale basata sulla ragione umana, dato che nessuna religione possiede la verità assoluta ed esclusiva. Le idee, i principi fondamentali, le leggi su cui si basa l’Occidente sono improntati dunque ad un naturalismo che pone in tutte le cose come maestre e sovrane la natura e la ragione umana.
Con l’Illuminismo si consolida in sostanza una pseudo-religione dell’uomo-dio, in cui l’uomo è stato talmente esaltato e divinizzato l’uomo da essere posto sull’altare al posto di Dio. L’uomo diventa il punto di partenza di tutte le cose e di tutto lo scibile, ed si illude di essere capace di assumere un ruolo di ‘costruttore’ del proprio destino senza interventi divini, ritenuti superflui. Non vi è nessuna realtà divina, metafisica, a cui la ragione deve dar conto, per cui diventa improprio chiedere quale sia, allora, il senso della ragione, ed eventualmente denunciarne l’irrazionalità. La ragione è il nuovo assoluto.
Un caposaldo della pseudo-morale studiata per la gioia delle masse sarebbe l’idea che ognuno è libero di agire secondo le sue convinzioni e riflessioni, o mediante gli insegnamenti che ha ricevuto e che gli sembrano validi, rispettando la libertà altrui e non irritandosi se il suo prossimo la pensa diversamente da lui, e lo manifesta. Questo relativismo assoluto e la scialba tolleranza che ne deriva per l’uomo occidentale è oggi quasi scontato, ma non lo è affatto per l’uomo religioso che ha orientato la propria vita verso la Verità rivelata, ed è pronto a testimoniarla e a difenderla.
Il termine ‘civiltà’ diviene sinonimo di sviluppo progressivo della scienza e della tecnica, dei costumi e delle leggi, del commercio e dell’industria, mentre i due grandi ostacoli a questo progresso sono le religioni dogmatiche e le guerre politiche, in quanto il significato e lo scopo della storia risiedono unicamente nel miglioramento meramente materiale della condizione umana mediante la ragione e nel renderlo meno ignorante e più felice. La speranza cristiana nella redenzione viene secolarizzata nell’attesa indeterminata di un mondo migliore e in una fede nella capacità umana di provvedere alla propria felicità terrena.
Nell’Illuminismo Dio diviene un mero concetto, distante e impersonale, assente dallo svolgersi delle vicende umane e terrene, e la storia diviene una evoluzione progressiva verso la migliore condizione possibile per l’uomo, che fonderà le sue speranze sulla rivoluzione industriale e sulla fiducia che la ragione e la tecnica avrebbe dato tutte le risposte e risolte tutti i problemi. La filosofia della storia, figlia dell’Illuminismo, ha abbassato e secolarizzato il concetto della divina provvidenza in quello della previsione umana del progresso meramente materiale.
La coscienza storica moderna si è quindi liberata dalla fede cristiana, ma ha tenuto fermo sia ai suoi presupposti che alle sue conseguenza, cioè alla concezione del passato come preparazione e del futuro come compimento, per cui si è scaduti in un sviluppo progressivo in cui ogni stadio attuale è il compimento di certe preparazioni storiche. Quindi la moderna sopravvalutazione del mondo come storia deriva dall’emancipazione dalla teologia, a cui bisogna aggiungere la rivoluzione politica in Francia e quella industriale in Inghilterra, che fecero sentire la loro influenza universale in tutto il mondo civile. Nell’insieme, è una coscienza storica moderna quindi tanto cristiana nella sua origine quanto anticristiana, e in generale antireligiosa, nelle sue conseguenze.
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